Il campanile

della cattedrale

visto da

piazza Vittorio Veneto

 

L'illuminazione notturna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cattedrale di San Pietro (dedicata il 4 luglio 1879)

 

Cenni storici

La decorazione Cenni sulle cappelle I campanili

I medaglioni Cappella del Santissimo Crocifisso Il campanile attuale
Gli affreschi Cappella di san Giovanni Nepomuceno Il campanile vecchio
Altare maggiore Opere di scultura Cappella della Beata Vergine della 'Salve' Il campanile di san Marco
Organo Cappella di san Giuseppe Le campane
Coro La facciata Cappella del Sacro Cuore di Gesù
Il battistero Cappella dell’Immacolata La lupa di san Francesco
La cupola Cappella del Rosario La colonna di san Siro
RESTAURI 2008 I 24 patroni Cappella di san Baudolino Gagliaudo

 

 

UN PO' DI STORIA (torna su)

La cattedrale di Alessandria, posta al centro della città, non presenta purtroppo quelle caratteristiche di severa antichità proprie delle chiese cattedrali delle altre città italiane.

Per la verità ad Alessandria vi era una cattedrale, e bellissima, che risaliva al sec. XIII, ma fu abbattuta nel 1803 per esigenze militari dal dittatore dell’epoca Napoleone Bonaparte.

La prima chiesa cattedrale, col titolo di S. Pietro, era stata fabbricata con la città tra il 1170 e il 1175 sull’area dell’attuale piazza della Libertà. Ma risultando troppo piccola per le esigenze della nuova città fu atterrata e sostituita da un secondo edificio, su disegno dell’arch. Ruffino Bottini di Casale, che la costruì nello stile di transizione lombardo-gotico.

La fabbrica iniziatasi nel 1228, era ultimata nel 1297; il campanile incominciato nel 1292 veniva finito soltanto nel 1629; la porta maggiore scolpita da Petrobono veniva inaugurata il 6 aprile 1384. Si ha notizia di un restauro generale nel 1585.

Purtroppo questa seconda e bella cattedrale scompariva, come abbiamo detto, nel 1803. Il capitolo, dopo una breve sosta nella chiesetta dell’Annunziata, in Via Urbano Rattazzi, si trasferiva il 19 febbraio 1803 nella chiesa di Sant’Alessandro. Il 17 agosto 1805 otteneva dallo stesso Napoleone, in sostituzione della vecchia cattedrale, la chiesa di San Marco. Questa chiesa in stile gotico con quattro cappelle minori esisteva già nel 1231, affidata ai canonici regolari di S. Martino di Mantova.

Passò ai domenicani del B. Salomonio dal 1253 fino al 1794, anno in cui per esigenze militari e poi, soppressi i regolari, fu incamerata dal governo francese, adibendola prima a vari usi, e dopo come quartiere. Il convento attiguo veniva trasformato in prigione correzionale della città e dipartimento.

La chiesa di S. Marco, concessa quale nuova cattedrale, era però ridotta in pessimo stato. Fu necessaria una ricostruzione quasi totale e questa, su disegno dell’architetto Cristoforo Valizzone, si effettuò tra il maggio 1807 e il novembre 1810. Si ebbe così una chiesa di stile neoclassico in stridente contrasto con le parti vecchie conservate: cioè il voltone della navata centrale e le colonne.

Il 1°dicembre 1810, benedetta dal vicario generale di Casale Monferrato mons. Francesco Salina, era riaperta non più con il titolo di S. Marco, ma di S. Pietro e Marco. Il solenne e processionale trapasso da S. Alessandro in duomo, causa pioggia abbondante, fu però rimandato al giorno seguente 2 dicembre.

Negli anni 1874-1879, su disegno del conte Emilio Arboreo Mella, vercellese, si eliminò l’inconveniente del doppio stile, il gotico nella parte vecchia e il neo-classico nella nuova, e si giunse all’attuale architettura in stile bramantesco con cupola dello stesso stile nell’incrocio dei due bracci. Durante questi restauri il capitolo della cattedrale peregrinò prima a S. Stefano (15 giugno 1874) e poi nella chiesa della SS. Trinità in Via Ghilini (23 dicembre 1874).

L’attuale decorazione risale al 1926-29 e si fece dopo il terribile incendio che nella notte tra l’1 e il 2 settembre 1925 “tutto sconvolgeva e guastava” nella cattedrale di Alessandrina.

Il vescovo S. E. mons. Nicolao Milone si sobbarcava subito il duro compito di portare a “novello splendore il massimo nostro tempio”. E con le offerte degli alessandrini, alle quali si erano aggiunte quelle più vistose di S. S. Pio XI, del comm. Perego Lavagetto, del sen. Teresio Borsalino, nella primavera del 1926 si potevano iniziare i lavori di restauro.

La decorazione, in seguito a concorso, veniva affidata al prof. Luigi Morgari; il capo mastro Giuseppe Sacchi, alessandrino, si assumeva l’onere delle opere murarie.

Nell'aprile 1929, l'inaugurazione dei restauri, che coincideva così con la celebrazione cinquantenaria dei restauri 1879.

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L'ALTARE MAGGIORE (torna su)

Nella nostra cattedrale, purtroppo, non possiamo ammirare le artistiche bellezze che ornano i templi antichi, ma pure vi è da rimanere meravigliati di quanto è stato compiuto nel breve spazio degli ultimi cento anni.

Dal presbiterio abbracciamo con lo sguardo l’ampia costruzione della chiesa e noteremo facilmente la linea architettonica sobria, ma elegante e proporzionata, per cui si può dire che la cattedrale è veramente un bel tempio sacro. La decorazione oscura in buona parte la bellezza delle linee architettoniche, anche se è considerevolmente la forza e la precisione degli affreschi che sono intercalati nei motivi decorativi.

Nel presbiterio, ove si svolgono le principali e più solenni funzioni della cattedrale, campeggia l’altare maggiore. È un’opera recente (inaugurata nel Natale 1954), e anche dopo le modifiche subite per adeguarlo alle norme liturgiche del Concilio Vaticano II, resta imponente per marmi, sculture e per la linea architettonica che si armonizza con le linee del tempio e soprattutto della bella cupola.

L’ossatura dell’altare è in giallo onice di Siena; i gradini della base in rosso porfirico; la base della mensa ha nel paliotto bellamente riprodotta in bassorilievo, su marmo bianco di Carrara, la Cena del Vinci, incorniciata da due pregevoli statue di S. Pietro e di S. Pio V. Il tutto è opera dello scultore Sacchelli di Pietrasanta.

La mensa è un blocco robusto di giallo senese; con lo stesso tipo di marmo sono stati realizzati i due amboni che hanno sostituito il vecchio pulpito.

Le principali modifiche post-conciliari riguardano il tabernacolo: staccata e portata in avanti la mensa, il tabernacolo è stato trasformato in cattedra episcopale fiancheggiata da due sedili in marmo per i canonici assistenti. Inquadrano la cattedra due alti gradini, aventi ciascuno una serie di cinque nicchiette a mosaico dorato intercalate da belle colonnine corinzie. Fu consacrato il 23 dicembre 1954 da S. E. mons. Pietro Gagnor.

Il disegno dell’altare è del prof. Luigi Frascarolo, l’esecuzione della ditta Pallavicini di Acqui.

Il pavimento, con fasce disposte a rombo, di botticino, giallo mori, verde serpentino, rosso Verona, verde cipollino, risale alla primavera 1948.

Abbelliscono il presbiterio 5 vetrate istoriate (inaugurate il 15 aprile 1954), l’organo, due mensole per uso credenza in marmo policromo di stile barocco (trasportate dall’antico duomo).

Le vetrate sono state eseguite dal pittore prof. Dalle Ceste di Torino che personalmente ne ha curato anche la messa in opera. In quella centrale vi è raffigurata la Vergine Immacolata e rimarrà a ricordo delle celebrazioni del primo centenario del dogma proclamato l’8 dicembre 1854 dal Pontefice Pio IX. Le altre quattro immagini rappresentano: S. Pio V, S. Baudolino, S. Paolo della Croce, il B. Gregorio Grassi.

L’organo, le cui facciate ornano i quattro matronei sovrastanti il presbiterio, fu ordinato l’11 aprile 1927 e veniva inaugurato il 25 marzo 1929 alla presenza delle autorità cittadine, essendo collaudatori il maestro Ferrari Trecate alessandrino, il maestro Amato Giovanni Pagella, il maestro Evasio Lovazzano ed il maestro Amato Giuseppe, organista della cattedrale. Nello stesso giorno veniva dato il primo concerto dal maestro Ferrari Trecate alla presenza di un pubblico enorme, che gremiva la cattedrale e la piazza stessa del duomo. Un secondo concerto si ebbe il 1° aprile 1929 esecutore lo stesso maestro Ferrari Trecate.

L’ attuale organo, che dal 1929 era il più moderno della regione piemontese, venne collocato nei matronei sovrastanti le navate laterali del presbiterio, giudicata quella la migliore posizione acustica della cattedrale in rapporto alle esigenze liturgiche. Infatti lo strumento è disposto con vasta area di sonorità in uno sdoppiamento di canne e tubi sonori da permettere la massima vibrazione dell’aria sotto l’impulso delle onde sonore.

L’organo funziona a trasmissione elettrica diretta, secondo la più moderna tecnica, ciò che costituisce una prerogativa della casa costruttrice Balbiani - Vegezzi Bossi. Questa realizzazione rappresenta una ulteriore opera del Bossi, il più grande organaro vissuto dopo il Serassi, che ha saputo acquistarsi nell’Italia e all’estero il massimo prestigio: basti ricordare che negli Stati Uniti già nel 1927 impiantava organi colossali a 5 tastiere di oltre 100 registri.

Il nostro organo ha 45 registri sonori e 50 registri meccanici che formano un complesso di 95 comandi, conta 3.245 canne e viene suonato dal coro o dal presbiterio con una consolle mobile e trasferibile a piacimento, ha 3 tastiere di 58 note ciascuna e pedaliera di 30 note. La registrazione predominante è quella dei ripieni e dei fondi classici dei veri organi da chiesa, non mancano però le moderne registrazioni di effetto orchestrale.

Dietro l’altare maggiore si può ammirare il coro in legno intarsiato su cui campeggia un magnifico quadro su tela, recentemente restaurato rappresentante S. Pietro con la tiara e i paludamenti tra i Santi Paolo e Giovanni Battista, due Angeli sorreggono il baldacchino ed un terzo suona la mandola. Ne è autore Callisto da Lodi (1546).

Il coro è in stile barocco (sec. XVIII) di forma circolare con due ordini di stalli. Apparteneva già alla chiesa delle Monache di S. Anastasio in Asti; venne donato alla cattedrale da Angelo Massola, il quale pagò pure le spese di installazione (circa 700 franchi). Nel 1876 il restauro degli stalli del coro che ormai parevano inservibili fu affidato a Vincenzo Calderoni abilissimo intagliatore di Alba (si spesero L. 6.300).

Nei riquadri dell’abside vi sono delle scene della vita di S. Pietro eseguiti ad encausto nel maggio 1887 dal pittore cav. Costantino Sereno. La somma convenuta di L. 2.500 fu generosamente elargita da mons. P.G. Salvaj e dai canonici Bolla, Jachino, Borgogno, Berta, Prelli, Barella, Pollastri, Roncati, Villa.

Le pitture sono di mediocre fattura, certamente inferiori al valore del Sereno, il quale non curò per nulla questa sua opera.

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L'ORGANO (torna su)

L’organo, le cui facciate ornano i quattro matronei sovrastanti il presbiterio, fu ordinato il 1° aprile 1927 e veniva inaugurato il 25 marzo 1929 alla presenza delle autorità cittadine, essendo collaudatori il M° Ferrari Trecate alessandrino, il M° Giovanni Pagella, il M° Evesio Lovazzano ed il M° Amato Giuseppe, organista della Cattedrale. Nello stesso giorno veniva dato il 1° concerto dal M° Ferrari Trecate alla presenza di un pubblico enorme, che gremiva la Cattedrale e la Piazza stessa del Duomo. Un secondo concerto si ebbe il 1° aprile 1929, esecutore lo stesso M° Ferrari Trecate. L’attuale organo che nel 1929 era il più moderno della regione piemontese, venne collocato nei matronei sovrastanti le navate laterali del presbiterio, giudicata quella la migliore posizione acustica della Cattedrale in rapporto alle esigenze liturgiche. Infatti lo strumento è disposto con vasta area di sonorità in uno sdoppiamento di canne e tubi sonori da permettere la massima vibrazione dell’aria sotto l’impulso delle onde sonore. L’organo funziona a trasmissione elettrica diretta, secondo le più moderne tecniche, ciò che costituisce una prerogativa della casa costruttrice Balbiani-Vegezzi Bossi. Questa continua l’opera del Bossi, il più grande organario vissuto dopo il Serassi, ed ha saputo acquistarsi in Italia e all’Estero il massimo prestigio; basti ricordare che negli Stati Uniti già nel 1927 impiantava organi colossali a 5 tastiere di oltre 100 registri. L’organo della Cattedrale di Alessandria ha 45 registri sonori e 50 registri meccanici che formano un complesso di 95 comandi: conta 3245 canne e viene suonato dal Coro o dal Presbiterio con una consolle mobile e trasferibile a piacimento, di tre tastiere di 58 note ciascuna e pedaliera di 30 note. La registrazione predominante è quella dei ripieni e dei fondi classici del vero organo da chiesa; non mancano però le moderne registrazioni di effetto orchestrale.

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IL CORO (torna su)

Dietro l’altare maggiore si può ammirare il Coro in legno intarsiato su cui campeggia un magnifico quadro su tela rappresentante S. Pietro con la tiara e i paludamenti, tra i Santi Paolo e Giovanni Battista; due angeli sorreggono il baldacchino ed un terzo suona la mandorla. Vi furono fatti dei ritocchi non troppo fortunati nel 1789, nel 1820 e nel 1928. Ne è autore Callisto Piazza da Lodi (1546). Il Coro è in stile barocco (sec. XVIII) di forma circolare con due ordini di stalli. Apparteneva già alla chiesa delle Monache di S. Anastasio in Asti; venne donato alla Cattedrale di Alessandria nel 1810 da Angelo Massola, il quale pagò pure le spese di installazione (circa 700 franchi). Nel 1876 il restauro degli stalli del Coro che ormai parevano inservibili, fu affidato a Vincenzo Calderini, abilissimo intagliatore di Alba (si spesero L. 6.300). Nei riquadri dell’abside vi sono alcune scene della vita di S. Pietro, eseguiti nel maggio 1887 dal pittore Cav. Costantino Sereno. Le memorie del capitolo lo dicono da Bassignana, ma in realtà egli nacque a Casale nel 1829. La somma convenuta di L. 2.500 fu generosamente elargita da Mons. P. G. Salvaj e dai canonici Bolla, Jachino, Borgogno, Berta, Prella, Barella, Polastri, Roncati e Villa. Le pitture sono di mediocre fattura; certamente inferiori al valore del Sereno, il quale non curò per nulla questa sua opera.

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LA DECORAZIONE (torna su)

L’attuale decorazione della Cattedrale risale, al periodo 1926-29. Formata da linee di carattere cinquecentesco, essa accompagna e completa la linea architettonica. Numerose figure, per la maggior parte in affresco, l’arricchiscono e la rendono consona ad un grande tempio. Le varie figurazioni che compongono la decorazione sono dovute per la maggior parte al prof. Luigi Morgari. Alcune del prof. Gamba, risalgono al restauro del 1874-79 e furono conservate perché ancora in buono stato.

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I MEDAGLIONI (torna su)

Incominciamo dai medaglioni. Sopra il cornicione dell’abside, in stile moderno tendente al barocco, vi sono le figure di Mosè, Davide e Melchisedech, da attribuire al Morgari, 1928. Nella medesima inquadratura vi erano già 5 tele del Gamba danneggiate dal tempo e soprattutto dall’incendio, rappresentanti S. Pio V (Papa alessandrino), S. Baudolino (patrono della diocesi), S. Valerio (compatrono), S. Carlo Borromeo arciv. di Milano (da cui la diocesi di Alessandria fu dipendente per tanto tempo) e S. Paolo della Croce di Castellazzo Bormida.

Altri quattro medaglioni sono nelle vele della volta sovrastante l’altare maggiore. Raffigurano 4 angeli portanti rispettivamente le chiavi, la tiara, la croce papale, le catene di S. Pietro. Sotto la cupola, si possono osservare quattro pennacchi: la Fede, la Speranza, la Carità, la Religione. Sono quattro magnifiche figure realizzate dal Gamba (1877-78) e rinfrescate dal Morgari nel 1928. In questi dipinti si manifestava l’arte del Gamba che si rifaceva ai caratteri del XVI sec..

Degni di nota sotto gli archi della cupola, i quattro medaglioni e le quattro lunette che rappresentano nell’ordine: S. Gerolamo e S. Giovanni Ev. con l’aquila; S. Gregorio Magno e S. Marco con il leone; S. Ambrogio e S. Matteo con l’Angelo; S. Agostino e S. Luca col bue. Sono del Gamba, il Morgari li rinfrescò nel 1927. Completano la serie dei medaglioni quelli dipinti dal Morgari nei due bracci trasversali: S. Baudolino, il B. Guglielmo Zucchi, S. Paolo della Croce e S. Brunone da Solero.

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GLI AFFRESCHI (torna su)

Nella volta della navata centrale vi sono tre grandiosi affreschi del Morgari. Nel centro del presbiterio campeggia S. Pietro in gloria. Il santo è ritratto in atto di preghiera rivolta a Dio Padre in favore della città di Alessandria, che si vede nello sfondo e si distingue per l’alto campanile del duomo. Il vasto campo è occupato da un vago contorno di angeli.

Seguendo la navata, si inquadra nella decorazione un altro grande affresco. Rappresenta S. Pietro che in compagnia di S. Giovanni Ev. guarisce miracolosamente uno storpio presso la Porta Speciosa del tempio (At 3, 1-11). Un secondo affresco ritrae S. Pietro mentre smaschera Simon mago, facendolo precipitare a terra dall’altezza a cui si era elevato per virtù diabolica.

Nelle vele della navata centrale dove si trovano grossi medaglioni con vasi e fiori, secondo la concezione del Gamba si avevano delle raffigurazioni simboliche. Andarono distrutte dall’ultimo incendio, così come fu gravemente danneggiata la decorazione (1877-79), sobria e seria del vercellese Carlo Costa.

Si notano anche gli angeli nei peducci della volta che mentre servono a dividere gli scomparti architettonici, presentano nelle cartelle che tengono in mano, l’elenco delle tre virtù teologali: Fides, Spes, Charitas; delle quattro virtù cardinali: Prudentia, Justitia, Temperantia, Fortitudo; alle quali si aggiunge la Religio.

In questa navata, sotto gli archi di sostegno della cupola, il Morgari (1927) dipinse in chiaro scuro ad imitazione terracotta, quattro composizioni di carattere simbolico. Verso l’altare maggiore vi è simboleggiata la regalità di Cristo. Nel mezzo sorge il monogramma del Cristo sormontato dalla corona regale. All’interno tre angeli: uno spezza sul ginocchio la spada, l’altro sostiene lo scettro, il terzo porta un ramo d’ulivo. Il simbolo è sintetizzato nella scritta: “Pax Christi in Regno Christi”.

Verso l’altare della Salve si trova simboleggiata l’Eucaristia. Gli angeli adorano l’Ostia santa racchiusa in una ricca raggiera, rivolgendo un accorato invito: “Venite adoremus”.

Dal lato dell’altare di S. Giuseppe sono raggruppati alcuni simboli dell’Antico Testamento: le tavole della legge, il serpente di bronzo e l’altare con un vaso contenente la manna. La dicitura ci porta alla realtà del Nuovo Testamento: “Panem coeli dedit eis”.

La quarta figura al disopra del pulpito rappresenta la visione apocalittica dell’Agnello: l’Agnello svenato è sull’altare contornato da angeli in adorazione: la didascalia ripete: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi”. Sulle facciate delle cappelle maggiori vi sono due grandi lunette. Quella della cappella della Salve raggruppa tre soggetti: in centro troneggia la B. Vergine col Bambino Gesù; a destra è ritratto S. Pio V coi simboli della vittoria di Lepanto; a sinistra sono raggruppati i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di offrire la reliquia di S. Croce.

Sul frontone della cappella di sinistra è invece raffigurato il Transito di S. Giuseppe presenti Gesù e Maria SS.: un angelo prega in ginocchio. Esecutore di questo affresco fu il Gamba (1878), ma venne rinfrescato e leggermente modificato dal Morgari nel 1927.

Sul portone d’entrata in una grande lunetta, che riempie tutta la parete, il Morgari (1927) accostò due avvenimenti importanti nella storia della città. Alessandro III nella cattedrale di Benevento, circondato dalla Corte pontificia, accetta solennemente le chiavi della città di Alessandria fatta dai due consoli Rufino Bianchi e Biagio Brasca.

Nella parte sinistra vi è invece il notaio che redige l’atto di nomina del primo vescovo di Alessandria, Arduino. Questi è assistito dal metropolita S. Galdino, arcivescovo di Milano.

Nella fascia di contorno si leggono le date dei due avvenimenti:

MCLXX FIDELITATEM RECIPIT

MCLXXV EPISCOPATUM ERIGIT.

Il tutto è sormontato dallo stemma di Alessandria. Ai piedi il nome del grande Pontefice, che è strettamente legato alla fondazione di Alessandria: ALEXANDER PP. III.

Sotto la lunetta, nel 1928, il Morgari fu invitato a riprodurre l’effigie del Sommo Pontefice Pio XI. Veniva fatto in attestato di riconoscenza al S. Padre, che fu il primo oblatore (£ 50.000) per i restauri della cattedrale danneggiata dall’incendio del 2 settembre 1925. Il fuoco aveva distrutto completamente l’organo che si trovava contro la parete di fondo e aveva danneggiato tutta la navata centrale. Ricordando l’atto munifico di S. S. Pio XI, il pensiero corre all’altro atto pure generoso del Pontefice Pio IX dopo l’incendio del 1876. Le signore di Alessandria avevano umiliato ai piedi del S. Padre per mezzo del concittadino il card. Bilio, una supplica in cui era esposto il caso miserando dell’incendio e lo zelo onde si raccoglievano le offerte sia per riparare i danni di questo, sia per i restauri del duomo. Gli si raccomandavano per un sussidio, che il S. Padre sull’istante accordava, mandando a questo fine allo stesso card. Bilio la somma di £. 2.000 e la sua paterna apostolica benedizione (maggio 1876). Nel 1878 poi inviava una medaglia e un magnifico cammeo per la lotteria pro restauri. Il cammeo venne riscattato dalle signore del comitato per appenderlo al collo della B. V. con una funzione speciale il 15 marzo 1879. Nella stessa circostanza la march. Eugenia Guasco di Bisio offriva un ricco manto da ornare l’Augusta Effigie.

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LE CAPPELLE (torna su)

Le cappelle che ornano il Duomo sono 10, compreso il Battistero. Si inizia la descrizione partendo dalla cappella del SS. Crocifisso, a destra entrando nella Cattedrale. Si concluderà con la Cappella del battistero.

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CAPPELLA DEL SS. CROCIFISSO (torna su)

Una cappella con questo titolo esisteva già nel vecchio duomo. Era la terza entrando a destra, di patronato della famiglia Varzi Castellani de Merlani. In essa avevano il loro sepolcro di famiglia ed era di loro spettanza il canonicato di S. Bartolomeo eretto nella stessa cappella. L’icona della cappella era formata da un crocifisso in mezzo rilievo di marmo, che con la demolizione dell’antica cattedrale venne trasportato e murato tra le due porte che dalla chiesa portano alla sacrestia attuale. Questo crocifisso, con S. Giovanni Ev. in piedi alla sinistra e un devoto genuflesso alla destra, era secondo l’uso del tempo, incorniciato da motivi ornamentali in marmo. È un’ottima scultura di stile classico della fine del XVI sec.

L’attuale cappella è rimasta invariata dalla sua costruzione nel 1810 ad oggi. La decorazione è stata curata dalla famiglia Valsecchi tanto nel 1810 come nel 1879. Ciò risulta da una lapide in marmo bianco posta sopra la parete laterale a sinistra della cappella. “JESU CHRISTO D. N. CRUCIFIXO / DICATUM / SACELLUM / DEFORMANDUM ADORNANDUMQ. / VALSECCHI SANTUS / L. LIBENSQ. / DE SUO CURAVIT / A.S.R. MDCCCX / EIUSQUE FILI / SANTUS ANTONIUS JACOBUS / SUMTIBUS SUIS RESTAURARUNT / ANNO MDCCCLXXIX”.

(Valsecchi Santo con compiacente volontà pensò alla spesa della costruzione e decorazione di questa cappella dedicata al Signor Nostro Gesù Cristo Crocifisso, nell’anno della redenzione 1810. I suoi figli: Santo, Antonio, Giacomo, a proprie spese restaurarono nell’anno 1879).

L’altare è in marmo, di stile bramantesco e venne costruito nel 1878-79; il pavimento è in mosaico. Nell’agosto del 1895 furono posti i cancelli alle due gradinate per disciplinare l’accesso al crocifisso miracoloso. Il crocifisso che forma l’icona dell’attuale cappella, esisteva già nel sec. XI nella chiesa di S. Maria di Castello ed è tuttora oggetto di grande venerazione. Nel vecchio duomo si trovava tra la cappella della Madonna dell’Uscetto ed il campanile, in un atrio abbastanza ampio che portava all’esterno. In questo atrio, artisticamente dipinto e decorato, vi era il crocifisso “quod inibi magna civium et advenarum frequentia et religione colitur” (Che è venerato con pietà e frequenza da numerosi cittadini e forestieri). Ai lati del crocifisso ardevano giorno e notte due lampade, fornite e alimentate dalla generosità dei fedeli. Mons. Mercurino Arborio Gattinara nella Visita pastorale del 1730 aveva constatato che i fedeli, per una pietà sbagliata, andavano asportando delle piccole schegge di detto crocifisso. Ordinava perciò di provvedere nel miglior modo possibile per impedire un ulteriore danno alla immagine. I fabbricieri non trovarono allora che un modo: ricoprire con una lamina di rame dalla vita ai piedi il crocifisso. Così si spiega il parziale rivestimento del Cristo. Nel 1734 l’immagine del crocifisso veniva riprodotta con incisione di rame e diffusa in tutti i paesi della diocesi alessandrina con la seguente iscrizione: “VERA EFFIGIES / SANCTISSIMI CRUCIFIXI / QUI COLITUR IN ECCLESIA CATHEDRALI ALEXANDRIAE / ILL.MO ET REV.MO DD. MERCURINO ARBOREO GATTINARAE EPISCOPO VIGILANT.MO / DEDICATA ANNO MDCCXXXIV (Vera effigie del Santissimo Crocifisso che si venera nella chiesa cattedrale di Alessandria, dedicata all’illustrissimo e reverendissimo Mons. Mercurio Arborio Gattinara Vescovo, nell’anno 1734). Il Rossi, che nel 1877 nuovamente disegnò e litografò l’effigie miracolosa, ne fa la seguente descrizione: “Chi ben osserva l’espressione del volto del crocifisso, pare di ravvisare in esso le sembianze del buon Pastore, quando parlava quel linguaggio si attraente e si celeste alle turbe della Palestina. Il resto contraffatto ed annerito dai secoli, e vestito dalla cintura in giù di lastre di metallo, presenta proporzioni ancora regolari e discretamente condotte, considerata l’epoca dei tempi per l’arte in piena decadenza”. Il 6 aprile 1933, per l’occasione del XIX Centenario della grande opera della Redenzione, insieme alle SS. reliquie della passione di N. S. Gesù Cristo, venne solennemente esposto sull’altare maggiore anche questo miracoloso crocifisso.

Nella cappella, dono ancora della famiglia Valsecchi, vi sono 4  artistiche tele di ignoto, attribuite dai competenti alla scuola del Bassano (Jacopo da Ponte - fine 1500). Rappresentano: il presepio; l’adorazione dei Magi; la purificazione; la fuga in Egitto. Alla sommità della doppia scalinata sono state riportate dal vecchio duomo due statue in marmo, stile barocco, raffiguranti S. Pio V e S. Baudolino. Si trovano sull’altare maggiore insieme ad un crocifisso pure in marmo bianco, sorretto da angeli, che ora è riposto in una nicchia centrale dell’ambulacro dietro l’altare maggiore.

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la cappella di San Giovanni Nepomuceno (torna su)

La cappella, che dal 1810 al 1874 era dedicata ai S. Crispino e Crispiniano, ora porta il titolo di S. Giovanni Nepomuceno. L’icona che rappresenta il santo è una tela del 1700; la decorazione venne fatta a cura del capitolo che aveva scelto il santo quale protettore. Il sottoquadro rappresenta la Madonna col bambino, detta volgarmente la Madonna dell’Uscetto, perché nell’antico duomo era sistemata presso l’uscio laterale della chiesa. È di stile bizantino e appartiene al sec. XII. Comparve in Alessandria nel 1542, portata in duomo da uno sconosciuto: si pensa che sia stato un ladro pentito. In questa cappella vi è pure un quadro rappresentante le anime del purgatorio, che attira molto la devozione dei fedeli. Artisticamente però di scarso valore. L’altare in marmo bianco è di stile barocco, il pavimento a mosaico.

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CAPPELLA DEL SACRO CUORE DI GESU' (torna su)

Dal 1810 fino al 1930 la cappella fu intitolata a S. Tommaso da Villanova. Nella nicchia vi era, del santo, una scadentissima statua in legno, e la decorazione, perché di patronato della famiglia Groppello, era stata fatta nel 1879 a cura del conte Giulio di Groppello.  Anteriormente, nel 1867 l’aveva decorata il pittore prof. Gabetta col suo allievo l’alessandrino Carlo Pessina.

Nel 1930 venne rifatta a nuovo la decorazione dal prof. Giorgio Boasso e nel successivo 1931, il 24 maggio, festa di Pentecoste, con una funzione speciale il vescovo mons. Nicolao Milone, intronizzava nella nicchia dell’icona una bella statua del S. Cuore realizzata ad Ortisei in Val Gardena presso la ditta Obletter. Il S. Cuore anziché col solito manto, è rappresentato rivestito della casula sacerdotale richiamando così speciale devozione al Cuore sacerdotale di Gesù.

Tutte le spese furono sostenute dai coniugi Maria e dott. Giovanni Novelli, i quali offrirono tale omaggio al S. Cuore di Gesù in memoria dell’unica figliola Franca, morta in giovane età. Una lapide sull’arco di passaggio a sinistra ricorda il generoso atto: “JOANNES ET MARIA CONIUGES NOVELLI IN MEMORIAM PERAMATAE FILIAE FRANCAE AERE PROPRIO EXORNARUNT AN. MCMXXX. L’altare di marmo è di stile barocco: il pavimento in mosaico.

La devozione al S. Cuore di Gesù in Alessandria risale al 1742. Il vescovo Mercurino Arboreo Gattinara erigeva il 17 aprile di quell’anno la compagnia del S. Cuore di Gesù nella chiesa delle monache dell’Annunziata e nella stessa chiesa il 3 giugno con messa pontificale ne celebrava la prima festa. Così lentamente ma profondamente si radicava nell’animo dei fedeli la devozione al S. Cuore. Né valse ad ostacolarla l’influenza giansenista; all’inizio del 1800 questa devozione aveva come fautori in Alessandria varie e distinte persone: mons. Villaret, vescovo di Alessandria e di Casale, don Giacomo Mignone di Cassine, l’arciprete Broda di Oviglio, don Ravera ripetitore in seminario e don Massenza professore di teologia nelle scuole di Alessandria. Il 23 agosto 1818 sorse la compagnia del S. Cuore a S. Maria di Castello, nel 1828 a Piana S. Michele, il 25 dicembre 1835 a Castelceriolo, verso il 1850 nella stessa Oviglio, nel 1864 a Quattrocascine. In cattedrale si celebrò sempre la festa del S. Cuore introdotta nel calendario diocesano nel 1742 e sanzionata, con indulto pontificio nel 1765 essendo vescovo mons. Giuseppe Tommaso De Rossi (1757-1786); ma col 1869 questa devozione acquistò un’importanza particolare. In quell’anno, per opera del p. Franciosi, si dava pubblica notizia della cosiddetta “Grande Promessa” rivelata dal Sacro Cuore nel 1869. L’arciprete Lorenzo Grossi, sempre pronto alle grandi iniziative, procurò un bel quadro del S. Cuore, lo pose nella cappella di S. Baudolino e diede inizio alla pia pratica dei primi nove venerdì. Da quel giugno 1869 non si conobbero più soste. Particolare degno di nota: nel gennaio dello stesso anno 1869 veniva nominato viceparroco in cattedrale il cappuccino p. Roggero Testa, quello stesso che più tardi, ricostituito l’Ordine dei cappuccini, avrà tanta parte nella costruzione della chiesa di via S. Francesco d’Assisi consacrata al S. Cuore di Gesù (24 giugno 1889). Dopo i restauri del duomo (1874-1879) il quadro del S. Cuore veniva sistemato nella cappella di S. Giovanni Nepomuceno, sopra la Madonna dell’Uscetto, e qui le funzioni continueranno con lo stesso zelo fino al 1899. Il 9 giugno 1899, in occasione del nuovo atto di consacrazione prescritto da Leone XIII, il can. Carlo Borgogno regalava un altro bel quadro del Bantoni riproducente il S. Cuore. Questo quadro veniva esposto nella successiva cappella di S. Pio, mentre il primitivo passava in dono alla comunità di madre Michel che dall’8 gennaio dello stesso anno si era costituita in congregazione. Nel 1931 si passa nella nuova cappella ove tuttora si continua ogni primo venerdì del mese e per tutto il mese di giugno a celebrare funzioni in omaggio al Cuore Divino.

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LA CAPPELLA DELLA BEATA VERGINE DELLA 'SALVE' (torna su)

L’attuale cappella risale ai restauri del 1874-1879. Sullo stesso luogo per circa una sessantina di anni vi fu la bellissima cappella ideata dall’arch. Cristoforo Valizzone e minutamente descritta dall’Ansaldi. Le decorazioni originali (maggio-ottobre 1877) erano di Carlo Costa e le figure del cav. Gamba; vi provvidero le gentildonne alessandrine riunitesi in comitato per il restauro della cappella stessa e per la lotteria a favore di tutti i lavori della cattedrale. Per opera del cav. Gussoni di Torino, la cappella venne rivestita in marmo bianco da terra al cornicione e di marmo venne fatto il pavimento e l’altare. Questo, di stile bramantesco, fu consacrato il 26 aprile 1879 dal vescovo di Cuneo mons. Andrea Formica; sul fianco dell’altare una iscrizione ricorda il donatore, Conte Giulio di Groppello: “AD. ARAM. VIRGINIS. ET. INSTAURANDUM. TEMPLI. A. MDCCCLXXIX JULIUS. GROPPELLI. COMES CONTULIT. LIBELLAS. ITAL. DECEM. MILLIA M. E. P.”. L’incorniciatura della nicchia è in legno scolpito e dorato, su disegno del conte Mella.

Nel 1930 a completamento dei restauri generali del duomo, venne affidata al prof. Boasso il rifacimento della decorazione, con la clausola di conservare della precedente la linea e la impostazione. Nella cupola si hanno otto figure allusive ad altrettanti episodi della vita di Maria SS. e cioè: lo sposalizio, l’annunciazione, la visita ad Elisabetta, la nascita di Gesù, il riposo in Egitto, Maria sul Calvario, l’assunzione al cielo, Maria SS. Immacolata. Ai lati delle finestre sono dipinti otto angeli in atteggiamenti corrispondenti a ciascuno dei misteri sopra rappresentati. Così sotto la scena della nascita di Gesù, due angeli stanno suonando; sotto il Calvario i due angeli sono immersi in profondo dolore; sotto l’assunzione vediamo due angeli festosi e sotto l’incoronazione di Maria, i due angeli sono in atteggiamento di venerazione. Nei quattro paducci della cupola abbiamo Davide e Daniele, Isaia e Geremia che ebbero accenni profetici sulla Madre dell’Uomo-Dio. Nonostante le condizioni stabilite, il prof. Boasso modificò alquanto la precedente decorazione del Costa, ed il prof. Morgari nel rinfrescare i dipinti del Gamba tolse tutti i fondi panoramici, sostituendoli con un informe fondo oro a mosaico.

 

LA RICCA CUSTODIA CHE CONTIENE IL SIMULACRO

 Nell’icona di questa cappella si custodisce il miracoloso Simulacro che rappresenta la Vergine sostenuta da S. Giovanni Evangelista ai piedi della croce. Si ha la pia credenza che possa essere uno dei tanti che si attribuiscono a S. Luca; certo è preesistente alla fondazione della città di Alessandria, poiché la si venerava già prima del 1168 nell’antica chiesa di Rovereto.

Però il culto alla Madonna della Salve ebbe un impulso straordinario soltanto nel 1489, anno in cui al 24 aprile un miracoloso sudore emanò da tutto il Simulacro. Al 1489 il Chenna fa pure risalire il titolo “della Salve” perché in quell’anno s’iniziò a cantare in tutti i sabati la “Salve Regina” innanzi al Simulacro. Prima si chiamava semplicemente “Santa Maria”.

La ricca custodia che contiene il Simulacro, dapprima era in legno, ricca di intagli, di dorature e di cristalli. Nel 1761, poiché “non pareva più corrispondere all’intensità dell’affetto, all’altezza della riconoscenza che gli alessandrini nutrivano verso la pietosa loro Madre Divina”, si pose mano alla costruzione di una cassa, tutta di finissimo argento disteso in lamine e con vaghissima arte, in varie parti dorata, la quale riuscì un vero capo d’opera d’oreficeria. Era di stile barocco, lavorato a volute, a fiorami, a medaglioni, a scanalature, con una precisione e maestria veramente meravigliosa, uscita dall’officina dell’ing. Ceresa di Alessandria. Il globo d’argento dorato che sovrastava la cassa fu, nel 1792, sostituito da una corona reale, rialzata su vaghe modanature, alla quale, quasi a sostenerla, s’aggiunsero ai lati, nel 1828, due grossi putti d’argento massiccio. Questo prezioso e ricchissimo lavoro fu gravemente danneggiato dall’incendio del 1876. Scoppiò nella notte tra il 29 e il 30 aprile, durante l’ottavario solenne della B.V. della Salve che si svolgeva nella chiesa della SS. Trinità. (Essendo in corso i restauri del duomo, il capitolo della cattedrale, dopo una breve sosta nella chiesa di S. Stefano, si era stabilito nella chiesa della SS. Trinità, ora scomparsa per dare luogo alla cappella della Casa di Riposo). Il fuoco appiccatosi alla immensa quantità di cera offerta dai fedeli, alla circostante balaustra di legno, ad un vicino confessionale, al pulpito, alla tappezzeria, avviluppò tra i suoi vortici la preziosa immagine. Per vero miracolo, il Simulacro di legno antichissimo, fra il liquefarsi dei cristalli ed il disfarsi della stessa cassa rivestita d’argento, che la chiudeva, si conservò in modo che i guasti patiti poterono essere agevolmente riparati.

Il 18 maggio seguente, il celebre statuario savonese cav. Antonio Brilla ridonava agli alessandrini l’effigie della Salve completamente restaurata. La ricostruzione della cassa venne invece affidata all’orefice alessandrino Antonio Testore il quale, basandosi sugli antichi modelli la rifece rendendola ancor più squisitamente artistica: fu ultimata nel 1877 e venne a costare £. 21.000.

Degne di nota sono le lampade che stanno ai lati del Simulacro. Le due in argento, stile impero, fatte da Ceresa Maurizio su disegno dell’arch. Leopoldo Valizzone, furono donate dal municipio nel 1837 in esecuzione del voto della città per la grazia ottenuta della preservazione dal colera nel 1835. Sono a forma di vaso antico su base triangolare e poggiate su tre grifi collegati dallo stemma della città. Le altre due lampade d’argento appese a catenelle, furono offerte da re Carlo Alberto per la solenne imposizione della corona vaticana alla B.V. della Salve fatta da mons. Andrea Pasio il 28 maggio 1843; alle grandiosi feste partecipò lo stesso re con la sua reale famiglia. Su ogni lampada si notano tre scudetti con le seguenti lettere incrociate: CCR - DDD – BMV: Carolus Carignanus Rex – Dedit Donavit Dicavit – Beatae Mariae Virginis.

 

In questa cappella sono conservate anche due insigni reliquie della passione di Gesù Cristo.

 

RELIQUIA DI SANTA CROCE

Questa insigne reliquia (un grosso frammento della S. croce) è contenuta in un magnifico reliquario in argento cesellato di fattura milanese, alto m. 0,83, largo m. 0,46. La forma è quadrata; ci sono inoltre varie figure di angeli che recano gli strumenti della passione: la colonna, la croce, il velo, la corona di spine, i chiodi. Al di sopra, il busto del Padre Eterno, con ai fianchi due angeli adagiati presso due palmette. Le notizie storiche concernenti la reliquia si possono dedurre da una iscrizione incisa sul tergo del reliquario stesso. Qui si legge che il legno della SS. vera croce di N. S. Gesù Cristo fu donato con strumento notarile da Opizio De Reversatis  alla città di Alessandria nella persona del podestà Alberto Fontana il giorno 11 dicembre 1208. Nello stesso giorno furono estratti i nomi di quelle nobili famiglie (due per ogni contrada), alle quali sarebbe stata affidata la cura e la custodia. La sorte designò le seguenti: Trotti, Pettenari, Calcamuggi, Ghilini, Plana, Robutti, Squarciafichi, Colli. Furono queste famiglie (alla fam. Plana era succeduta quella degli Arnuzzi) che nel 1619 curarono l’esecuzione dell’attuale reliquiario. L’affresco che occupa la lunetta sul fronte della cappella della Salve e che rappresenta, a sinistra i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di regalare la reliquia di S. croce, unisce insieme i due fatti del 1208 e 1619.

 

RELIQUIA DELLA SACRA SPINA
Questa eccezionale reliquia è rinchiusa in un reliquiario d’argento, alto cm. 36, fatto a forma di ostensorio ambrosiano con cilindro di cristallo; è un bel lavoro di cesello del XVI secolo. Storicamente sappiamo che questa Sacra spina fu acquistata dal nobile alessandrino Castellino Colli, a caro prezzo, da un soldato che l’aveva salvata dal sacco di Roma del 1527. Il Colli l’aveva poi lasciata per testamento a S. Pietro di Borgoglio, nella cui collegiata la sua famiglia godeva il patronato dell’arcipresbiterato, ma il vescovo Ottaviano Guasco nel 1542, la fece trasportare in cattedrale perché fosse conservata e venerata con il Sacro legno della croce. La S. spina, della lunghezza di circa cm. 6, è di colore cenerognolo; alla punta è di colore piuttosto scuro ed appartiene al genere Rhamnus. Nella lunghezza si scorgono altre macchie oscure, forse dovute al logoramento della piccola epidermide cenerognola che lascia intravedere il legno. 

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LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE (torna su)

Nei restauri del 1874-79 si costruì un ambulacro che circondando l’abside dà la possibilità di circolare da una navata laterale all’altra senza dover passare innanzi all’altare maggiore. La sua utilità si rende opportuna specialmente durante le processioni che si svolgono all’interno del tempio. Nel 1880 fu munito di due cancelli per impedire l’arbitraria circolazione dei fedeli. In questo ambulacro furono collocati, provenienti dal vecchio duomo, il gruppo marmoreo del crocifisso, 4 busti di illustri benefattori e parecchie lapidi.

La cappella intitolata a S. Giuseppe, in correlazione con quella della Salve per posizione ed ampiezza, venne costruita nel 1876-79, con le offerte raccolte tra i devoti di S. Giuseppe. Fu decorata di nuovo nel 1930 dal prof. Boasso.

L’altare in marmo di Saltrio, di stile bramantesco, su  disegno dell’ing. Conte Ferraris d’Orsara dei marchesi di Castelnuovo, fu donato dal can. Porrati, penitenziere della cattedrale e poi vescovo di Bobbio, e venne consacrato il 26 aprile 1879 da mons. Enrico Gaio, vescovo di Bobbio.

A lato dell’altare un’epigrafe ricorda quest’avvenimento: IN DEDICATIONE TEMPLI MDCCCLXXIX / ALTARE HOC. S. JOSEPHO CONSECRATUM / VI CAL. MAII / A D. D. HENRICO GAIO BOBIENSI EPISCOPO / IOANNES BAPTISTA PORRATUS / EX CAN. POENIT. ECCL. HUIUS CATHEDRALIS / GAIO FACTUS SUCCESSOR / SUIS IMPENSIS EXCTRUCTUM VOLUIT / INCLITIS PARTO DECORE EPISCOPIS; Nell’anno della dedicazione del Tempio 1879 il 26 aprile, questo altare consacrato dal rev.mo mons. Enrico Gaio, vescovo di Bobbio, fu costruito a spese di Giovanni Battista Porrati, che da canonico penitenziere di questa chiesa sarebbe divenuto successore dello stesso mons. Gaio. In memoria e lustro degli incliti vescovi fu posta (questa lapide).

In questa cappella si può ammirare una meravigliosa statua in marmo bianco di stile barocco, rappresentante S. Giuseppe. Fu scolpita da Giacomo Francesco Parodi di Genova; è forse l’ultimo lavoro di questo esimio artista che lasciò belle prove della sua arte anche a Venezia, a Padova e a Lisbona. Questa statua venne benedetta il 25 novembre 1703 e destinata alla ricca cappella di S. Giuseppe nell’antico duomo, cappella che era stata inaugurata fin dal 1529 sotto il patronato della famiglia Sacco. La statua passò all’attuale duomo nel 1810.

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LA CAPPELLA DI SAN BAUDOLINO (torna su)

Fino al 1874 fu la cappella del S. Rosario. In seguito fu destinata al nostro Santo Patrono. Decorata dal Costa, per conto della commissione generale dei restauri, venne nuovamente decorata nel 1929 dal prof. Boasso con carattere cinquecentesco, per iniziativa del canonico Andrea Dellagrisa.

Sull’altare vi sono racchiuse in una profonda nicchia le reliquie di S. Baudolino e S. Valerio, che prima della fondazione della città si trovavano a Villa del Foro. Fu lo stesso Pontefice Alessandro III che ordinò il trasferimento delle reliquie in Alessandria e dispose la costruzione di una nuova chiesa per custodirle, detta dapprima S. Maria del Foro e dopo qualche secolo S. Baudolino. Quando nel 1803 Napoleone per motivi militari fece demolire insieme alla vecchia cattedrale, anche la chiesa di S. Baudolino, il capitolo fu subito pronto a trasferire le Sacre reliquie prima in S. Alessandro e quindi nel 1810 nella nuova cattedrale. Nelle pareti laterali della cappella vi sono due tombe di carattere romanico. A destra vi sono raccolte le reliquie di S. Lorenzo e di altri Martiri, tolte da un sarcofago nelle catacombe e date alla cattedrale di Alessandria per interessamento di mons. Mugiasca, vescovo dal 1680 al 1684. Nella tomba di sinistra si conserva invece lo scheletro completo rivestito di una tunica nera del B. Guglielmo Zucchi.

Il B. Guglielmo Zucchi, alessandrino, fu sacerdote integerrimo, fabbriciere della cattedrale e amatissimo dai poveri da cui era chiamato il “padre”. Morì in concetto di santità il 7 febbraio 1377. G. B. Rossi nel 1879 disegnò e litografò l’effigie del B. Guglielmo ricavandola da un antico dipinto già appartenente alla famiglia Trotti.

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LA CAPPELLA DEL ROSARIO (torna su)

Dal 1810 al 1874 fu la cappella di S. Luigi. Divenuta Cappella del Rosario fu decorata nel 1878 per iniziativa della Compagnia dello stesso titolo eretta in Cattedrale fin dal sec. XVII. Nel 1928 per munificenza di Mons. Arcidiacono Giuseppe Antonio Villa, venne dal Prof. Boasso nuovamente decorata in armonia con l’Altare fatto di marmi policromi di carattere settecentesco. Intorno alla nicchia che contiene la statua della Madonna, vi sono 15 quadretti dei Misteri del Rosario, di relativo valore artistico. Il quadro di S. Luigi, offerto dall’antica fam. Bolla, è stato conservato a ricordo del titolo precedente della cappella. Il quadro del B. Zucchi, proviene dalla vecchia Cattedrale. Sopra il quadro una cartella porta scritto: “B. GUGLIELM. ZUCCUS / ALEXANDRIAE STATIELLORUM / NOBILI ORTUS GENERE / PAUPERUM PATER”. Sotto il riquadro si legge ancora: “ FABBRICAE HUIUS BASILICAE PRAEFECTUS / SCARIS DEIN INITIATUS / CLARUS MIRACULIS / EVOLAVIT AD DOMINUM / ANNO 1377”.

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LA CAPPELLA DELL'IMMACOLATA (torna su)

Questa cappella non mutò mai il suo titolo: Ripulita nel 1878 per cura delle Figlie di Maria, venne restaurata una seconda volta dal Prof. Boasso nel 1928 per incarico del can. teologo Enrico Jachino. Il concetto di quest’ultima decorazione si ricavò dall’Altare in marmo, magnifico lavoro di intarsio a fondo nero e disegni in bianco e rosso. Era l’Altare dell’antico Duomo. Si nota, oltre la porticina del Tabernacolo in lastra di rame sulla quale è dipinto ad olio un Cristo risorto, di scuola carracesca, una ornamentazione di stucchi stile impero che risale al 1855. Fu eseguita per ordine del Capitolo in occasione della definizione del Dogma dell’Immacolata. Nell’arco di facciata si vede raffigurato Pio IX che proclama il dogma: vi è un gruppo di Angeli che cantano e suonano ed in rilievo la scritta: “CONCEPTIO TUA - DEI GENITRIX VIRGO - GUDIUM - UNIVERSO MUNDO. Nei due fianchi dello stesso arco si ammirano, dipinte su tela, quattro sforie della B. Vergine, del pittore Guglielmo Caccia detto il Moncalvo. Le due tele circolari rappresentano la visita a Elisabetta e la fuga in Egitto; le altre due in forma ovale riproducono la Presentazione della B.V. al tempio e la Purificazione di Maria. Le due lunette laterali rimpicciolite da una bella cornice, portano rispettivamente tra due Profeti, la raffigurazione della luna e del sole. All’altezza dei capitelli vi sono due cadenze di fiori con al centro un mazzo di gigli a sinistra ed una colomba a destra. Ai due lati dell’Icona si trovano le statue di S. Francesco d’Assisi e di S. Chiara, di relativo valore artistico, poste a ricordare gli antichi possessori della bella statua dell’Immacolata, stile 1500. Il bel Simulacro della B.V. apparteneva infatti ai Minori Conventuali della chiesa di S. Francesco (ex ospedale militare). Nel 1802 per la sospensione di tutti gli Ordini Regolari, avvenuta sotto l’ultima dominazione francese, fu consegnato dal Generale Campana, allora Prefetto di Alessandria, al can. Francesco De Porzelli, il quale a sua volta la trasmetteva al Ven. Capitolo della Cattedrale. L’Amministrazione del Fondo Culto riconosceva in seguito il Capitolo Cattedrale come vero proprietario della statua col trono e accessori ornamentali. Nel 1824 si ebbe una prima traslazione del Simulacro nella chiesa dei RR. Padri Cappuccini, i quali la ottennero non in forza di un dono, ma di semplice deposito. Con la soppressione del 1868, la statua tornò in Cattedrale, finchè nel 1889 (19 giugno) dietro nuova richiesta dei Padri Cappuccini, passò sempre alle stesse condizioni, all’attuale chiesa del S. Cuore, mentre in Cattedrale si provvide l’attuale Simulacro non certo artistico come il precedente.

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IL BATTISTERO (torna su)

L’ultima cappella, destinata a battistero, presenta un discreto valore artistico, la Fonte Battesimale in marmo ed intarsio, su disegno del Conte Mella fu donato dal can. Talice. Era in programma il rifacimento totale, per cui venne iniziata nel 1938, in occasione del decennio di parrocchia dell’Arcip. Mons. Francesco Doglioli, con una pubblica sottoscrizione. La guerra interruppe l’iniziativa, per cui il Battistero, ripulito e decorato nel 1946 conserva ancora la primitiva forma. Presso il Battistero è sistemato il busto in marmo del Barnabita Card. Luigi Maria Bilio, alessandrino. Venne qui trasportato dalla navata centrale durante i restauri del 1926-29. Sul piedistallo è scolpita la seguente iscrizione: “ALOYSIO M. BILIO / EX CON*R. CLERIC. REG. S.TI PAULI / EMINENTISSIMO CARDINALI / EPISCOPO SABINENSI / CONCIVES AMORIS LUCTUS OBSEQUII CAUSA. NATUS ALEXANDIAE VIII KAL. APRIL. MDCCCXXVI / BIDUO POST SACRO HEIC DE FONTE SUSCEPTUS EST / DE RELIGIONE SANCTA Q. SEDE / PRAECLARE MERITUS / PIISSIME OBIIT ROMAE / II KAL. FEB. A. MDCCCLXXXIV”. Il Card. Bilio nacque in Alessandria il 25 marzo 1826 da Giuseppe Antonio, calzolaio, e Maria Maddalena Barali erbivendola. Passò ad abitare col calzolaio, amico del padre, Carlo Matis, uomo caritatevole, che diventerà il benefattore generoso del Bilio. A 14 anni entrava nel noviziato dei Barnabiti a S. Bartolomeo degli Armeni di Genova; faceva professione nella Pasqua del 1853; era ordinato Sacerdote a Vercelli nel 1857. Inviato a Roma, insegnò teologia nel Collegio della sua Congregazione e fu annoverato tra i Consultori di varie congregazioni romane. Fu opera sua l’elenco o Sillabo dei principali errori del tempo, per cui Pio IX deliberava di elevarlo alla dignità Cardinalizia e ciò avveniva il 22 maggio 1866. In seguito fu Prefetto o membro delle congregazioni romane del Concilio Vaticano, Penitenziere Maggiore e Vescovo suburbicario di Sabinia. Morì il 30 gennaio 1884 in Roma all’età di 58 anni. L’8 aprile 1886 fu inaugurato in Cattedrale il Suo monumento con l’iscrizione suddetta, erettogli per pubblica sottoscrizione, (scultore il milanese Fumeo).

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LA FACCIATA (torna su)

La facciata della Cattedrale, venne innalzata da Cristoforo Valizzone in collaborazione con il figlio Leopoldo, negli anni 1820-22: di stile neo-classico con colonne d’ordine corinzio. A grandi caratteri spicca sul cornicione la dedica: “APOSTOLORUM PRINCIPI”. I tre dipinti a chiaro-scuro che abbelliscono la facciata, rappresentano: S. Pietro liberato dal carcere (Atti 12, 6-11); S. Pietro riceve le chiavi (Matt. 16, 18); S. Pietro va incontro a Gesù sulle acque del Lago di Tiberiade (Matt. 14, 28-31). Sono opera del Prof. Luigi Vacca di Torino (1771-1854) e furono rinfrescati dal Prof. Laiolo nel 1910, quando in occasione del Giubileo del Vescovo Mons. Giuseppe Capecci, venne restaurata tutta la facciata. Nel timpano lo stesso Vacca rappresentò l’Eterno Padre, Signore del cielo e della terra. Sull’attico 5 statue in marmo rappresentano il Redentore ed i quattro Evangelisti: Matteo, Marco, Luca, Giovanni. Furono donate dal can. Giuseppe Cuneo nel !827. Sui lati della facciata, riprodotti dall’antico Duomo, vi sono gli stemmi dei Pontefici Pio V e Pio VI, con rispettive iscrizioni: “PONTIFICI OPTIMO MAXIMO PIO V ALEXANDRINO / PATRIAE URBIS ET ORBI PATRI / A CLEMENTE XI SANCTORUM FASTIS ADSCRIPTO / ALEXANDINA CIVITAS / MATERNI AMORIS BENEMRITO FILIO / FILIALIS OBSEQUII MUNIFICIENTISSIMO PATR / MONIMENTUS HAUD SEMEL INSTAURAVIT . CANONICORUM ORDO / AD PRISTINUM EXEMPLAR RESTITUTUM / N NOVUM TRANSFERT / A.R.S. MCMX . PIO SEXTO P.O.M. BRASCHIO / DOMO CESENA ORUNDO ALEXANDRINO / ORDO SPLENDIDISSIMUS ALEXANDRINAE CIVITATIS / OB PRAECLARUM ERGA SE AMOREM / NOBILISSIMAE GENTIS BRASCHIAE INSIGNA / HEIC UNIVERSO PLAUDENTE POPULO RESTITUIT / ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCCXXII. HUIUS MAXIMI TEMPLI FRONTE VETUSTA FATISCENTE / RENOVATA VEL INSTAURATA ORNATU PICTURA / CANONICORUM COLLEGIUM SPLENDIDUS REDINTEGRAVIT.

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GAGLIAUDO (torna su)

Sul lato sinistro della facciata (ang. via Parma), esiste un rozzo monumento a Gagliaudo. Si trovava in precedenza sulla porticina del campanile del vecchio Duomo. Quando questo venne atterrato (1803), il monumento passò in un magazzino e nel 1815 fu posto nell’angolo della piazza con la seguente iscrizione: “GAGLIAUDO AULARIO / DE PATRIA B. M. STATUAM / TEMPLO M. VIX FUNDATO / ANNO MCLXXV E.P.D. ERECTAM / EVERSO ANNO MDCCCIII DISIECTAM / PHILIPPUS BOLLA / ET JULIUS CAVASANTI / CURATORES AEDIS SACRAE / M.C. RESTITUERUNT / ANNO MDCCCXV. L’episodio che rese celebre Gagliaudo durante l’assedio del Barbarossa alla nostra città, viene così descritto dallo storico alessandrino Guglielmo Schiavina (1534-1614) nella traduzione di Carlo Avalle (pag. 15). “Era que’ giorni in Alessandria un uomo, uscito, come volgarmente si crede, dalla nobile si, ma popolar gente degli Aulari, per nome Gagliaudo, carico d’anni e di senno e fecondo d’espedienti, che la vita avea spesa nella custodia dei greggi e nella fabbricazione del cacio. Vedendo egli la sua città fatta segno a tante miserie, altalchè, quando l’assedio più a lungo sostener dovesse, le sarebbe convenuto, o a iniqui patti comperare una pace vergognosa, o all’ultimo eccidio disporsi: volse nella sua mente, come fatto gli venisse di deludere l’inimico e di rivendicar bellamente e senza sangue la sua patria in libertà. Egli aveva una giovenca rimastagli sola in tanta angustia: quella dunque incominciò a pascere dei pochi resti di frumento, che dai pubblici e privati granai della città si erano potuti raccogliere. Quando la vide nitida e piena di vita, la mise fuor della porta, che da Genova aveva allora nome: e lanciolla fra le schiere nemiche. Avidi della preda, gli assediatori le furono addosso immantinente: ma quando la presero e la sventrarono, meravigliati del pasto rinvenutole negli intestini, corsero ad informare l’imperatore: il quale vide, com’egli stranamente s’ingannasse: avvegnachè, mentre gli assediati credeva esausti per modo di vettovaglie, da languirne di fame e da essere in procinto di cedere, quella giovenca veniva invece a dirgli, come vi avesse abbondanza di viveri nella città: e come per questo mezzo non la si sarebbe presa facilmente”; il Barbarossa in segno dispregiativo chiamò allora Alessandria, “Ciità della Paglia” non rendendosi conto che questa legata la valore e all’astuzia degli alessandrini gli avrebbe causato una bruciante sconfitta. (torna su)

 

LA COLONNA DI SAN SIRO (torna su)

Nella piazza antistante il Duomo, vi  è una colonna di granito sormontata da un baldacchino con Crocifisso, tutto in ferro battuto, che ricorda la predicazione del Vangelo fatta da S. Siro. (torna su)

 

LA LUPA DI SAN FRANCESCO (torna su)

Sul frontale del Duomo, a destra, vi è anche un bassorilievo che rappresenta una lupa in compagnia di due bambini: uno sta a cavallo della bestia, l’altro le sta innanzi in atto di scherzare. Due distici latini  danno la spiegazione della scena: “QUAE RAPTOS PUEROS LUPA SAEVA VORABAT DICITUR ASSISIAM SIC TIMUISSE MANUM UT PUERI POSSENT PATIENTI INSIDERE MONSTRO ET PER TANARIAS IRE REDIRE VIAS”. Il bassorilievo si trovava sulla porta d’entrata al Campanile della vecchia Cattedrale e fu qui trasportato nel rifacimento della Casa Parrocchiale. Il fatto prodigioso è riferito dagli storici alessandrini, i quali raccontano di una lupa famelica, che protetta dai boschi del Tanaro e della Bormida, razziava nelle fattorie, insidiava le strade, sbranava i fanciulli incustoditi. I cittadini si sarebbero rivolti a S. Francesco di passaggio per Alessandria e questi avrebbe ammansito la belva, ridonando tranquillità alle campagne.

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I CAMPANILI (torna su)

Ogni chiesa ha il suo campanile. Ebbe il suo campanile l’antica Cattedrale; lo aveva la chiesa di S. Marco; ha il suo campanile l’odierna Cattedrale. Il campanile però che oggi ha la Cattedrale di Alessandria è qualcosa di più di una semplice torre campanaria fedele insegna della sua chiesa. Questo campanile, per la struttura, bellezza ed altezza è anche divenuto un particolare caratteristico per Alessandria, così come la Mole Antonelliana per Torino, la cupola di S. Gaudenzio per Novara, la Madonnina per Milano ecc. Prima di parlare dell’attuale campanile, facciamo un piccolo cenno alla cronistoria dei vecchi campanili.

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IL CAMPANILE VECCHIO (torna su)

Il campanile del vecchio Duomo, quadrato e ampio, posto sul fianco sinistro della chiesa, superava di poco la facciata. Nella lunetta della porta d’entrata aveva il bassorilievo della lupa; più sopra il monumento a Gagliaudo. Sulla facciata superiore vi erano due orologi che segnavano l’uno, l’ora all’italiana, l’altro l’ora alla francese. Certo Caldani di Acqui nel 1790 aveva ideato e costruito un meccanismo speciale corrispondente ad altri tre quadranti che segnavano le fasi della luna, il mese, i giorni del mese, i giorni della settimana. Inoltre dopo le 10 di sera batteva 300 colpi a tre per volta in segno di ritirata. Il meccanismo del Caldani, in seguito all’abbattimento della Cattedrale e del rispettivo campanile, fu trasportato, con i propri quadranti, sul Palazzo Civico. Il vecchio campanile racchiudeva gli archivi comunali e notarili. Verso il 1650 essendosi introdotto nelle sale del campanile l’abuso del gioco dei dadi, per i quali molte persone e famiglie ebbero danni nella fortuna, il Vescovo Mons. Scaglia, volle togliere quell’inconveniente con la proibizione del gioco in quel luogo appartenente e inerente alla chiesa. Ne nacque l’opposizione del Comune che sosteneva essere quella sala da tempo immemorabile occupata per l’archivio  e per eseguirci atti giuridici. Dopo varie contestazioni la questione fu appianata, dividendo il campanile dalla metà in giù per uso profano e dalla metà in su per uso sacro e proprio della chiesa.

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IL CAMPANILE DI SAN MARCO (torna su)

Quando la chiesa di S. Marco venne concessa per nuova Cattedrale era dotata di un bel campanile a guglia piramidale, situato tra il presbiterio e la Sacrestia, dietro la Cappella di S. Domenico. Colpito da un fulmine nel 1817, fu a spese del Municipio, ristorato e rialzato a metri 37,65. Venne abbattuto nel 1876 per formare l’ambulacro dietro al coro.

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IL CAMPANILE ATTUALE (torna su)

Si pensò allora alla costruzione di un nuovo campanile che apportasse un notevole pregio alla città di Alessandria. Però solo nel 1889 si riuscì a dare inizio alla sua costruzione, seguendo il disegno elaborato dall’Arch. Ing. Giuseppe Boidi-Trotti di Castellazzo Bormida. Giunti all’altezza dei tetti della chiesa vi fu una sospensione per motivi finanziari. Verso la fine del sec. XIX Mons. Giuseppe Capecci, successore del Vescovo Salvaj, riusciva a far riprendere i lavori, intendendo rendere più “solenne la celebrazione dell’ingresso al nuovo secolo consacrato da Leone XIII a Cristo Redentore”. Ma anche questa volta si dovette nuovamente sospendere la costruzione a 75 metri di altezza e la torre rimase mozza alla base della guglia per altri 21 anni. Finalmente nella primavera del 1922 per munificenza del Comm. Guido Perego e consorte, essendo Vescovo Mons. Giosuè Signori, si procedeva alla terza ripresa costruendo anche la bella cuspide piramidale. Il 7 luglio 1922 Mons. Nicolao Mirone, nuovo Vescovo di Alessandria benediceva la Croce, che dal 21 luglio avrebbe campeggiato sul campanile ormai terminato. L’inaugurazione ufficiale però si fece il 4 settembre dello stesso anno alla presenza di sua eminenza S. E. il Conte Giovanni Pollastrelli, sottosegretario di Stato, e di tutte le autorità civili e militari convenute anche per l’inaugurazione dell’Esposizione agricolo-industriale interprovinciale allestita nei locali delle Scuole Antonio Bobbio e Giovanni Migliara. Il campanile è alto 106 metri dal suolo alla sommità della Croce. Questa che reca le chiavi della tiara pontificia, è in ferro, alta 8 metri e del  peso di 12 quintali. Nelle quattro cartelle che sovrastano i grandi rosoni sono ripetute a grossi caratteri le parole di Gesù: “Et portae inferi non praevalebunt adversus eam”. “E le porte dell’inferno non prevarrano contro di essa”(Mt16,18) Due epigrafi presso l’entrata interna del campanile ricordano gli oblatori per la sua costruzione. “A TESTIMONIANZA DI SUA FEDE INCONCUSSA / IL POPOLO ALESSANDRINO CON GENEROSE OBLAZIONI / VOLLE EDIFICATA TRA GLI ANNI / MDCCCLXXXIX - MCM / QUESTA MONUMENTALE TORRE CAMPANARIA / SU DISEGNO DEL / PROF. GIUSEPPE BOIDI-TROTTI / PER OPERA DI GIOV. ATUTI / E FIGLI AGOSTINO E FRANCESCO. CORONATA INFINE COLLA SVELTA CUSPIDE / E SOLENNEMENTE INAUGURATA / IL IV SETTEMBRE MCMXXII. La seconda epigrafe ricorda il compimento della cuspide: A MAGGIOR GLORIA DI DIO / E ONORE DELLA VERGINE DELLA SALVE / IL NOBILE GUIDO PEREGO / COMMENDATORE GREGORIANO / CAMERIERE DI ON.RE DI SPADA E CAPPA DI S.S. / E LA NOB. MARIA PEREGO LAVAGETTO / CONIUGI / ELEVARONO LA CUSPIDE E LA CROCE / DEL CAMPANILE NELLA CATTEDRALE / ANNO 1922.

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LE CAMPANE (torna su)

L’attuale campanone risale al 1818: era stato fuso a Casale da Pietro Gattinara e consacrato la sera del 2 aprile dello stesso anno, da Mons. Carlo Sappa, Vescovo di Acqui. Le altre quattro campane minori invece subirono parecchie trasformazioni. Nel 1850 Zerbino di Alessandria le fondeva riducendole a tre. Nel 1901 i fratelli Barigozzi di Milano le rifusero e con l’aggiunta di altro metallo, le riportarono a quattro, in perfetto accordo con il campanone. Il nuovo complesso fu consacrato nell’aprile del 1901 da Mons. Giuseppe Capecci. E’ consuetudine che ogni campana destinata ad uso sacro, porti l’effigie del Crocifisso insieme alle figure dei Santi. Nella fusione vengono pure aggiunte iscrizioni varie, indicanti il titolo e lo scopo a cui le campane sono consacrate. Le campane del Duomo di Alessandria abbondano di figure ed iscrizioni, di seguito un particolareggiato elenco. La campana maggiore (Do naturale) porta la seguente lunga iscrizione: “QUO MAGIS CHRISTI FIDELES AD SANCTE PRAECANDUM / ARMONICO AERIS CAPANAE CONCENTU ALLICERENTUR / INGENS HOC TINTINNABULUM STIPE PIORUM CONLATA A.R.S. MDCCCXVIII CONFLATUM EST / CURATIBUS TRIB. SPECTAT . SUITATIS OPTIMATIBUS. PETRUS GATTINARA CASALENSIS FUDIT”. Il campanone fu consacrato in onore della B. V. della Salve, e dei Santi Pietro, Giuseppe, Valerio, Baudolino, Antonio da Padova, le cui immagini sono disposte in sei artistici medaglioni a rilievo. Il Crocifisso si trova sotto l’effige della Madonna della Salve. Sulla seconda campana (Re naturale) la didascalia dice: “CONCREPABO IN DIEBUS SOLEMNITATUM VESTRARUM / IN TEMPORE TRIBULATIONIS CLAMABO”. Sotto il Crocifisso si legge: “Christus redemit nos”. La campana è dedicata alla Madonna del Rosario, a S. Giuseppe e S. Valerio. La terza (Mi naturale) ha questa iscrizione: “VOCA COETUM CONGREGA POPULUM / MORTUO NE PROHIBEAS GRATIAM”. Sotto il Crocifisso: “Lavit nos in Sanguine Suo”. Questa campana è dedicata alla Madonna “Regina coeli, mundi Domina”, a S. Paolo della Croce e S. Antonio da Padova. La quarta campana (Fa diesis) porta la seguente dicitura: “VOX DOMINI IN VIRTUTE / VOX IN MAGNIFICENTIA / A VOCE TRONITRUI EIUS FUGENT PARTES ADVERSAE”. Sotto il Crocifisso: “Vincit, regnat, imperat”. La campana è dedicata all’Immacolata “Tota pulchra er Maria”, a S. Carlo Borromeo e S. Francesco d’Assisi. L’ultima (Sol naturale) ha la semplice iscrizione: “ALTARNANTES CONCREPANDO MELOS DAMUS VOCIBUS”. Sotto il Crocifisso si legge: “Victima peccatorum”, mentre la campana è dedicata all’Assunta “Extaltata est Sancta Dei Genitrix”, a S. Antonio Abate.Queste le campane che da più di mezzo secolo hanno suonato alternando accenti di festa e di dolore. Queste le campane che hanno annunciato agli alessandrini la morte di Papi e l’elevazione di altri Papi alla Cattedra di S. Pietro; che hanno suonato nei 5 anni di guerra segnalando, sempre desiderate il cessato allarme e accompagnato il lieto annuncio della fine della guerra il 28 aprile 1945; che si unirono all’esultanza generale per la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria SS. in Cielo avvenuta il 1° novembre 1950.

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OPERE DI SCULTURA (torna su)

Oltre le sculture di cui si è già parlato nella descrizione dell’interno e delle cappelle della Cattedrale, ve ne sono altre che meritano di essere ricordate sia per motivi artistici che storici. Nell’ambulacro dell’abside, insieme al gruppo del Crocifisso, vi sono anche quattro busti in marmo bianco di pregevole valore artistico, che già esistevano nell’antica Cattedrale. Raffigurano quattro illustri benefattori. Il primo è del Vescovo Mons. Scaglia (A. Deodato Scaglia Epis. Alex.).

Questo illustre Vescovo, bresciano dell’Ordine di S. Domenico, venne eletto alla Sede alessandrina il 16 luglio 1644. Morì il 3 marzo 1659, all’età di 78 anni e venne sepolto in S. Marco. Il nipote abate Giacinto Scaglia faceva eseguire il busto del Vescovo, che veniva poi messo in Cattedrale in suo perpetuo ricordo. Mons. Deodato Scaglia insegnò all’Università di Bologna, fu Vescovo di Melfi, quindi trasferito da papa Urbano VIII al Vescovado di Alessandria. Qui promosse l’erezione e diede impulso al Monte di Pietà (1652); nel 1657 assistette e difese gli alessandrini nell’assedio dei francesi; pose la prima pietra della chiesa di S. Ignazio in Cittadella e della nuova cappella della Salve (2 ottobre 1645); restaurò il Palazzo Vescovile. Segue il busto del Vescovo Mons. Mugiasca (Albertus Mugiasca Ep. Alex.). Anche questo Vescovo nativo di Como, era Domenicano. Venne eletto alla Sede di Alessandria il 7 ottobre 1680; morì a Como l’11 settembre 1694. Il Capitolo fece erigere il suo busto in Cattedrale nello stesso anno 1694. Mons. Alberto Mugiasca indisse il Sinodo Diocesano il 21 aprile 1684; ampliò ed abbelli il Palazzo Vescovile; fece doni munifici alla cappella di S. Giuseppe nel Duomo; ottenne come reliquia insigne, le ossa di S. Lorenzo martire. Alla morte lasciò tutto il suo patrimonio alla Cattedrale per provvedere decorosamente alle funzioni sacre e per benedire i poveri. Il terzo benefattore ricordato con un busto marmoreo è il Card. Carlo Ciceri (Card. Carolus Ciceri Ep. Alex.). Nativo di Como, figlio del banchiere Vincenzo, fu eletto Vescovo di Alessandria il 23 settembre 1659. Morì in Como il 24 giugno 1694 in età di 76 anni. Ampliò il Palazzo Vescovile, acquistando la casa attigua e facendo costruire la Cappella. E’ assai ricordato per la sua pietà, per la carità verso i poveri e per lo zelo nel decoro della Cattedrale. Tenne il Sinodo Diocesano il 27 aprile 1677. Trasferito nel 1680 alla Diocesi di Como, fu eletto Cardinale. Il Card. Ciceri fu anche Governatore di Spoleto e di Ferrara come Vice Legato; fu Ponente della Consulta e Votante della  Segnatura di Giustizia. Altro busto, dovuto all’opera dello scalpello di Giacomo Filippo Parodi, ricorda il Conte Giacomo Filippo Sacco (Jacob. Phillipp. Sacco - Sen. Mediol.). Figlio di Luchino, medico valente e di Maria Boschiotti, morì in Milano il 15 agosto 1550. Fu celebre giureconsulto, Conte Palatino, Cavalliere aurato, Presidente del Senato di Milano. Fondatore e benefattore della grande Cappella di S. Giuseppe nell’antico Duomo, venne in quella stessa cappella sepolto. Regalò alla Cattedrale di Alessandria 16 pezze di tappezzeria di seta tessuta, riproducenti la vita di Mosè. Degno di nota è pure il busto di S. Pietro in marmo bianco, che orna la grande Sacrestia del Duomo. E’ opera di Giovanni Battista Comolli, nato in Valenza il 19 febbraio 1778 e morto in Milano il 26 dicembre 1830. Fu allievo del Canova e insegnò scultura all’Università di Torino. Tra le sue principali opere meritano particolare ricordo: il gruppo di marmo raffigurante Dante e Beatrice, che con altre sculture si trovano nella villa Melzi a Bellagio; due busti scolpiti per l’Arco della Pace di Milano; un busto di Napoleone I, conservato nel Museo Civico di Genova. Nel corridoio di accesso alla Sacrestia vi è infissa nel muro una grande pietra tombale. Era il coperchio, in alto rilievo, del mausoleo di Mons. Marco Cattaneo, Vescovo di Alessandria (1458-1478), eretto in Cattedrale in cornu Evangelii dell’Altare Maggiore. autore dell’opera: Pier Antonio da Solero nel 1484. Mons. Marco Cattaneo de’ Capitani, novarese e appartenente all’Ordine dei Predicatori di S. Domenico, organizzò la Diocesi di Alessandria con criteri innovativi, largheggiò nel beneficare i poveri, provvide a una maggiore istruzione del Clero, dotò la Cattedrale di preziosi arredi ed oggetti sacri. Morì il 1° marzo 1478. (torna su)

 

LA CUPOLA (torna su)

Un paragrafo a se, lo merita sicuramente la storia della Cupola della Cattedrale, tanto per la storia che ricorda, tanto per il fine acume del Vescovo Mons. Salvaj che riusci a coinvolgere nella sua realizzazione le 24 città che componevano l’antica Lega Lombarda. La cupola della Cattedrale di Alessandria monumento ricordo del VII centenario della Vittoria di Legnano. Nell’anno 1875 il Comm. Giovanni Acquaderni, Presidente della Società della Gioventù Cattolica Italiana, lanciava l’idea di commemorare con qualche iniziativa straordinaria il VII centenario della Battaglia di Legnano (29 maggio 1176). A tale scopo si rivolgeva a tutte le 24 città componenti l’antica Lega Lombarda, con un invito a cooperare all’iniziativa e presentando alcune proposte: “...Un monumento si innalzerebbe a Legnano o a Pontida nella stessa Abbazia ove si giurò la Lega, si promuoverebbero feste cittadine religiose e di beneficenza nelle 24 città allora confederate; è quindi necessario istituire in quelle singole città altrettanti comitati che attendano appunto a raccogliere il denaro occorrente...”. (Lettera inviata da Bologna il 17 novembre 1875 a tutte le città della Lega). Il Vescovo di Alessandria, Mons. Pietro Giocondo Salvaj a mezzo del suo segretario D. Carlo Borgogno in data 19 novembre 1875 mandava la sua piena adesione all’idea della celebrazione progettata ma facendo a sua volta una controproposta:  “...frattanto mi permetto di aggiungere io pure un’osservazione. Se Alessandria ebbe tanta parte in quella gloria patria, non sarebbe il caso che la nuova “lega commemorativa” oltre Legnano e Pontida prendesse in considerazione anche questa città? Ebbene senta: da un anno si sta alacremente attendendo a restaurare questa Cattedrale sotto la direzione del celebre Conte Mella, noto probabilmente alla S.V.. La primitiva Cattedrale erettasi colla città e intitolata a S. Pietro Apostolo, fu distrutta nel 1803 da Napoleone I. In seguito fu adottata a Cattedrale un’ampia ma informe chiesa intorno alla quale si stanno appunto eseguendo, come ho detto, grandiosi ed artistici restauri. Non si potrebbe in occasione dell’accennato Centenario, venire un po’ in sussidio di quest’opera in qualche modo? V.S. favorisca di prendere in considerazione questo pensiero, e forse qualche cosa ne uscirà...”. “P.S. Parte principale dei restauri è una bella cupola nella quale il valente Architetto ha formato 24 nicchie, quante appunto sono le città della Lega. Non andrebbe bene che ciascheduna città pensasse di riempire una nicchia per collocarvi la statua del suo Santo Patrono?”. Il 16 gennaio 1876 il Comm. Acquaderni rispondeva: “Ho l’onore di accompagnarle il programma per il VII Centenario della Vittoria di Legnano, in cui si è risoluto di accogliere il progetto della S.V. Ill.ma e Rev.ma, cioè di eternare con un monumento in codesto Duomo la ricorrenza della concordia delle 24 città già collegate nella antica Lega Lombarda dalla S.M. Alessandro III per isconfiggere la tirannia di un despota invasore; e di uno scismatico persecutore della Chiesa Cattolica. Ella con la sua prudente saggezza si adopererà senza dubbio ad ottenere che Alessandria, centro della solennità figuri nobilmente, anzi primeggi nella Santa gara...”. L’allegato programma, che veniva diffuso in tutta Italia, diceva fra l’altro: “...Presi i debiti concerti con chi ha ragione, nella maggior cupola del Duomo di Alessandria, prezioso monumento di lombardo stile, che si sta costruendo, saranno collocate le statue dei Santi Protettori delle 24 città nel 1176 collegate per la Chiesa e per la Patria...”. Al Vescovo di Alessandria il 29 gennaio 1876 veniva intanto comunicato: “...Come già V.E. Rev.ma conosce, il nostro Consiglio fra i molti progetti di festeggiamento del glorioso centenario di Legnano, scelse quello di adornare la cupola del Duomo di Alessandria delle statue dei Santi Patroni delle 24 città, che all’epoca della grande vittoria si trovavano congiunte nella Lega Lombarda. L’impresa è ardua, avuto riguardo alle povertà del tempo e alla somma non indifferente che è necessaria per conseguire l’intento...”. Mons. Salvaj di rimando il 14 febbraio 1876, mentre ringraziava per l’adesione data alla sua proposta, comunicava: “...La Commissione, come non potea non augurarmi, accolse con riconoscenza la preziosa profferta, e non potendo per le strettezze finanziarie in cui si travaglia corrispondervi in modo più degno, delibero di concorrere nella spesa che importeranno le statue di cui si tratta, per la ventiquattresima parte, ossia di conferire in proprio l’importo di quella del nostro Patrono, S. Pietro, titolare della Cattedrale stessa...”. Purtroppo la confezione delle 24 statue si terminò soltanto nel 1879. Il 25 aprile 1879 con atto del notaio Dott. Carlo Blesio di Bologna, il Comm. Acquaderni delegava il Cav. Dott. Ugo Flandoli ad effettuare la donazione e consegna delle 24 statue al Vescovo di Alessandria. “...Il Sig. Comm. Giovanni Dott. Acquaderni ha delegato e delega il Can. Ugo Dott. Filandoli di Casimiro di Bologna a compiere in suo nome e vece l’atto solenne di formale donazione e consegna delle suddette 24 statue modellate in cemento e già collocate nelle rispettive nicchie all’interno della gran cupola della restaurata Cattedrale di Alessandria, da inaugurassi nel giorno di domani, a S. Ecc.za Rev.ma Mons. Vescovo di Alessandria, acciocchè tali statue restino ivi a perpetuo monumento della rinnovata concordia dei Comitati Cattolici delle sopra indicate 24 città della Lega Lombarda vittoriose a Legnano per la libertà e l’indipendenza della Chiesa e dei Comuni italiani il 29 maggio 1176, essendosene celebrato il settimo centenario nel giorno 29 maggio 1876...”. Il giorno seguente il 27 aprile 1879 in Alessandria avveniva come stabilito, la consegna ed accettazione ufficiale delle Statue: “...E’ personalmente comparso il Sig. Dott. Ugo Flandoli, delegato dal Consiglio Superiore della Gioventù Cattolica Italiana residente a Bologna, a fare a Mons. Vescovo, e per esso alla Chiesa Cattedrale l’atto di donazione delle statue dei comitati delle 24 città dell’antica Lega Lombarda, ricollegate in fratellevole concordia di Fede e di Speranza nella ricorrenza del settimo centenario della Vittoria di Legnano, 29 maggio 1879, ordinate e collocate nella nuova cupola  di questa stessa Cattedrale, a perpetuo ricordo del faustissimo avvenimento, rassegnando nelle mani del prelato Mons. Vescovo di Alessandria l’atto di procura in data 25 aprile 1879, rogato Dott. Carlo Blesio, rilasciatogli dal Sig. Comm. Giovanni Acquderni Presidente del Consiglio Superiore della Gioventù Cattolica Italiana residente in Bologna e promotore dell’erezione del monumento stesso - Il quale atto rassegnato come sopra è stato da Mons. Vescovo dato a me segretario suo perchè ad alta ed intelligibile voce ne fosse data lettura ai presenti: e poichè tale atto di procura è stato letto, il Cav. Dott. Ugo Flandoli con termini di alta stima alla città di Alessandro III, ha esposto a Mons. Vescovo di Alessandria la soddisfazione di essere stato eletto all’onore di fare egli l’atto di donazione delle statue rilodate, delle quali, in esecuzione del suo mandato, intende di fare la formale consegna allo stesso mons. Vescovo Pro-tempore di questa Diocesi...”.

(dal verbale di consegna delle statue)

Alla consegna delle statue erano presenti 10 Vescovi: Pietro Giocondo Salvaj di Alessandria; Celestino Fissore di Vercelli; Andrea Formica di Cuneo; Giuseppe Maria Sciandra di Acqui; Pietro Giuseppe De Gaudenzi di Vigevano; Emiliano Manacorda di Fossano; Enrico Gaio di Bobbio; Placido Pozzi di Mondovì; Giovanni Battista Scalabrini di Piacenza; Stanislao Eula di Novara. Le 24 statue poste nelle nicchie della cupola della Cattedrale di Alessandria con gli stemmi delle rispettive città, rappresentano i celesti Patroni delle città della Lega Lombarda: S. Pietro (Alessandria); S. Alessandro a (Bergamo); S. Colombano (Bobbio); S. Petronio (Bologna); S. Faustino (Brescia); S. Omobono (Cremona); S. Giorgio (Ferrara); S. Bassiano (Lodi); S. Anselmo (Mantova); S. Ambrogio (Milano); S. Geminiano (Modena); S. Gaudenzio (Novara); S. Prosdocimo (Padova); S. Antonio (Piacenza); S. Apollinare (Ravenna); S. Prospero (Reggio E.); S. Godenzio (Rimini); S. Marziano (Tortona); S. Benedetto XI (Treviso); S. Marco (Venezia); S. Zenone (Verona); S. Vincenzo (Vicenza); S. Ilario (Parma); S. Eusebio (Vercelli). Nella fascia che corre sotto le nicchie si legge la seguente epigrafe dettata dal chiarissimo P. Antonio Angelino della Compagnia di Gesù: ANN. MDCCCLXXVI. PIO. IX. PONTEFICE. MAXIMO. CIVITATES. ITALAE. CONSTITUERUNT. MONUMENTUM. VICTORIAE. QUAM. FOEDERE. ICTO. SANCTIS. PATRONIS. AUSP. APUD. LIGNANUM. DE. FRIDERICO. IMPERATORE. SUNT. CONSECUTAE. IV. KAL. JUN. A MCLXXVI. ALEXANDRO. III. PONTEFICE. MAXIMO. Segue l’elenco dei Comitati costituitisi nelle 24 città della Lega Lombarda per offrire le statue all’erezione del monumento celebrativo del VII Centenario della Vittoria di Legnano. (torna su)

 

QUADRI SU TELA

 La cattedrale di Alessandria possiede una collezione di quadri su tela, che con quelli già ricordati nella descrizione delle cappelle, formano un importante e notevole patrimonio artistico, seppure bisognoso di molte e urgenti opere di restauro. La presenza di questi quadri potrebbe far credere che si tratti di quadri già esistenti nel vecchio duomo. Invece non è così. Come abbiamo veduto, ben poco passò dall’antica alla nuova cattedrale: parte dell’arredamento risultò deteriorato e fu abolito, parte andò distrutto nella forzata demolizione.

La presenza di molti quadri di un certo pregio esistente ancor oggi nelle nostre chiese va perciò spiegata ben diversamente.

In Alessandria durante il secolo XIX numerosi edifici religiosi (chiese ed istituti) furono sottoposti a trasformazioni ed anche a demolizioni. Questo sopruso, iniziata su vasta scala dalla dominazione napoleonica, veniva giustificato con esigenze militari o con motivi di cosiddetta necessità pubblica. In tali frangenti le varie suppellettili e soprattutto gli oggetti d’arte venivano tempestivamente occultati dai religiosi o dai laici addetti al servizio degli stessi edifici, col nobile scopo di salvare un patrimonio religioso che altrimenti sarebbe andato perduto oppure avrebbe preso la via della frontiera.

Passato il pericolo, gli stessi oggetti rivedevano la luce per comparire ora in una chiesa ora in un’altra. Così si spiega la presenza di molti quadri nelle nostre chiese. Purtroppo non vi sono tutti: una parte divenne preda dell’astuzia degli antiquari che giocarono sull’avidità dei possessori. Dopo questo preambolo, passiamo in rassegna i dipinti disposti in parte nelle due aule capitolari della nostra cattedrale e in parte nella chiesa stessa.

 

Il quadro del B. Amedeo
Nell’aula capitolare vi è un primo dipinto settecentesco che rappresenta il Beato Amedeo IX, terzo duca di Savoia. Era l’icona della chiesa dedicata al Beato nell’ospedale militare della Cittadella di Alessandria.

Notizie di questa chiesa si trovano nel Chenna: “Terminatosi il regio ospedale nella nuova Cittadella, fu lo spedale di S. Giacomo (si trovava presso il convento di S. Matteo) con i suoi fondi e colle sue rendite colà trasferite, e si aprì con la traslazione dei soldati infermi il giorno 3 di giugno 1782. La chiesa in esso eretta però non è più dedicata all’apostolo S. Giacomo, ma al B. Amedeo duca di Savoia”.

Il quadro in parola è del pittore Gian Battista Morelli, della scuola torinese di Claudio Beaumont (1694-1766). Rappresenta il B. Amedeo che in ginocchio venera la Madonna della Consolata. Ai suoi piedi, su di un cuscino, è deposta la corona dei Savoia; nello sfondo si delinea la città di Torino. A destra, innanzi al Beato, due angeli sostengono una cartella sulla quale sta scritto in sintesi il programma che uniformò tutta la sua vita: “Facite iudicium et iustitiam et diligite pauperes”; Pronunziate il giudizio, rendete giustizia e amate i poveri.

A sinistra in basso, vi è la firma dell’autore con la data 1763.

Destinato a qualche chiesa di Torino, il quadro fu poi portato in Alessandria nel 1782 per essere destinato alla nuova chiesa in Cittadella. Artisticamente ha un pregio relativo. Storicamente il quadro ha invece un valore apprezzabile, ricordando una delle tante chiese di cui Alessandria era ricca e che purtroppo oggi sono del tutto scomparse.

 

Quadri del Moncalvo

 

Sono nove le tele del Moncalvo esistenti in cattedrale. Appartenevano al convento delle monache dell’Ordine di S. Agostino e alla annessa chiesa della SS. Annunziata. Queste religiose erano già in Alessandria nel 1432 e si chiamavano di S. Monica: verso il 1454 vi aggiunsero anche il titolo dell’Annunziata, titolo che poi rimase unico intorno al 1560. La loro chiesa fu riedificata nel 1620 ed aperta al pubblico il 24 dicembre 1624. Un restauro quasi totale del 1759 la portò a più vaga forma.

Soppresse le religiose nel 1802, il convento fu mutato prima in liceo (1804) poi in sede del Genio militare (1806). La chiesa invece divenne magazzino della Sanità militare e, dopo la prima guerra mondiale, deposito di sale e tabacchi.

L’edificio, che esiste tuttora, trovasi sull’angolo delle Via Piacenza e Urbano Rattazzi.

 

Sono poche le notizie che si hanno su Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, che fu pure qualificato dai “notari” dell’epoca in atti che lo riguardavano, “pictor celeberrimus”.

Nacque a Montatone, paese vicino ad Acqui, pare nel 1568. Allevato a Moncalvo, che divenne la sua terra d’elezione e di lavoro, si portò anche a Roma, Firenze, Bologna per scoprire segreti d’arte e attingervi sempre maggiore perfezione.

Fu invitato a dipingere in città come Torino, Milano, Pavia, Casale, Vercelli, Novara; ma lavorò pure, e forse meglio, per adornare piccole e oscure chiese di villaggi, castelli e palazzotti del Monferrato. Deve aver composto così qualche centinaio di opere. Morì il 14 novembre 1625.

Aveva alcune figlie monache in quel di Vercelli, e poiché erano tempi torbidi e pieni di guerre, le richiamò a Moncalvo ove aveva fondato il monastero delle Orsoline. Due di queste sue figliuole, Suor Orsola Maddalena e Suor Francesca erano pittrici. Alla scuola paternali erano addestrate e perfezionate, tanto che sovente aiutavano il padre nella rifinitura dei quadri. Anzi per sollevare la miseria del loro convento, riprodussero anche non poche tele di lui. Fu un vero guaio, perché questi lavori riuscirono senza quella sapienza di disegno, di tocco e di colorito propria del Moncalvo, e taluni critici, attribuendo al padre le brutte copie delle due figlie, finirono col dare un giudizio sommario e sfavorevole su tutta l’opera del pittore.

Guglielmo Caccia invece è una bella figura d’antico artista piemontese. Non crediamo perciò di errare affermando che dopo il S. Pietro di Callisto Piazza da Lodi, le tele del Moncalvo sono le più preziose esistenti nella nostra cattedrale.

 

Sono del Moncalvo il grande quadro che campeggia sull’altare della sacrestia dei canonici ed i quadri di Tobia e del Padre Eterno nell’aula capitolare. Furono donati nel 1849 dal can. Carlo Braggione in segno di riconoscenza alla Madonna della Salve, essendo stata salvata il 2 agosto 1848 la sua casa dallo scoppio in Piazza Grande di un cassone di bombe. Il primo rappresenta la scena tradizionale di Maria SS., che in ginocchio riceve l’annuncio della sua divina maternità dall’arcangelo Gabriele. In alto tra le nuvole ed una bella teoria di angioletti, lo Spirito Santo sotto forma di colomba.

La tecnica coloristica è quella del Moncalvo. La figura della Madonna però non soddisfa in pieno: forse la completò una delle sue figlie? Certo è molto dissimile dal bozzetto a penna (che si conserva nell’archivio capitolare) preparato dall’artista per l’esecuzione dell’icona destinata alla chiesa delle monache della SS. Annunziata.

Il quadro che rappresenta il Padre Eterno, a mezza figura, è di vero sapore raffaellesco. L’aspetto è dignitoso ed austero nello stesso tempo, ma non incute timore. La mano sinistra è appoggiata sul mondo, mentre la destra è in atteggiamento di benedizione. Un ampio velo di rosa cupo magistralmente movimentato dà sfondo a tutta la figura. Il disegno è curato fino alla meticolosità.

Il terzo quadro riproduce la scena biblica di Tobia che aiutato dall’arcangelo Raffaele cattura il pesce incontrato nel guadare il torrente, durante il viaggio di ritorno alla casa paterna (Tb 6, 1-5). Le due figure sono squisitamente belle: morbidezza di forme, snellezza di movimenti, vivacità ed armonia di colori. I due volti, incorniciati da capigliature arricciate, hanno una espressione che conquista. Lo sfondo è un paesaggio collinoso schiettamente monferrino. È una nostalgica riproduzione di quelle colline che l’autore aveva tante volte contemplato al tramonto del sole dalla sua Moncalvo o forse, meglio, dal Sacro Monte di Crea.

Questo dipinto nel 1925, celebrandosi il terzo centenario della morte del nostro, fu portato a Moncalvo all’esposizione allestita dagli organizzatori dei festeggiamenti. Fu vivamente ammirato ed attentamente esaminato dagli studiosi del pittore che va posto tra i migliori piemontesi della fine del 1500.

Gli altri quattro quadri del Moncalvo esistenti nella cappella dell’Immacolata ed i due veramente imponenti nell’aula capitolare, passarono direttamente alla cattedrale dalla chiesa della SS. Annunziata.

Quando nel 1803 fu abbattuto il vecchio duomo, il capitolo della cattedrale fece una prima sosta nella chiesa delle monache dell’Annunziata lasciata libera nell’anno precedente per la soppressione delle Congregazioni religiose. Ma giudicata troppo angusta, passarono a S. Alessandro trasportando quanto vi era ancora di utile e di bello, compresi i suddetti quadri. Essi furono così destinati all’ornamento della cappella dell’Immacolata, che si andava preparando nella vecchia chiesa di S. Marco destinata a nuova cattedrale. I due grandi quadri dello Sposalizio e della morte di Maria SS. servirono a coprire interamente le pareti laterali della cappella; i quattro più piccoli furono disposti nell’arco della facciata dove si trovano tuttora.

Questi rappresentano quattro storie della vita della Madonna. Nelle due tele circolari vi sono raffigurate la visita a S. Elisabetta e la fuga in Egitto; nelle altre due, di forma ovale, la presentazione al tempio e la purificazione. Sono quattro gioielli: in essi oltre la tecnica coloristica propria del Moncalvo messa in grande evidenza, colpisce la delicatezza del tocco, la morbidezza dei movimenti e soprattutto il senso di vera religiosità che traspare da ogni episodio. Qualche tocco di restauro fu fatto nel 1879 ma non nuoce alla composizione originale.

I due grandi quadri trasportati nell’aula capitolare fin dal 1865, si presentano geniali nella vasta concezione, quantunque siano scadenti in non pochi particolari. Alcuni ritocchi hanno nuociuto alla freschezza del disegno. Lo sposalizio della Vergine riproduce la tradizionale scena raffaellesca del consenso pronunciato da Maria e Giuseppe innanzi al Sommo sacerdote. Nei due scomparti laterali, spettatori in atteggiamenti vari, commentano la scena, mentre i numerosi pretendenti alla mano della Vergine, spezzano sconsolati la verga, che con la mancata fioritura, secondo la leggenda, non li aveva favoriti.

Più varia e più complessa ancora la rappresentazione della morte di Maria SS. L’anima sua sotto forma di fanciulla bianco vestita viene trasportata verso l’alto tra una vaga corona di angioletti; due angeli imponenti presso la spoglia mortale tengono accese le due fiaccole della fede e della carità; tutt’intorno gli apostoli sgomenti commentano il trapasso; a sinistra il demonio arcigno e scuro è alle prese con un altro angelo, che gli sbarra il passo.

 

La Madonna del Rosario ed il Presepio

 Nella sacrestia capitolare vi sono altri due quadri che furono donati il 15 agosto 1849 dal sig. Domenico Oliva, capitano delle Regie cacce. In origine appartenevano alla distrutta chiesa di S. Siro.

Uno rappresenta la Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina. Nello sfondo di delinea una bella chiesa: forse quella di S. Siro? Le tinte non sono vivaci, ma nel complesso si ha l’impressione di un buon pennello. Il quadro viene attribuito a Carlo Aliberti di Asti, il quale aveva pure dipinto egregiamente le cappelle della concezione, di S. Andrea e di S. Giuseppe nel vecchio duomo. L’Aliberti (1662-1740) lavorò in Asti, Alessandria, Cuneo, Chierasco, Pavia, Casale.

Il secondo quadro rappresenta i pastori al presepio. Tutta la luce è concentrata sul bambino Gesù che riceve l’adorazione di Maria, Giuseppe e tre pastori. Sono evidenti gli effetti coloristici della scuola veneta del sec. XVI. Non si conosce l’autore, ma il quadro si ritiene della scuola dei Bassano. Con tutta probabilità di questo dipinto se ne fecero anche riproduzioni ad acquaforte. La supposizione è basata sulla scoperta di una lastra di rame con una testa di Cristo dipinta ad olio, portante nel rovescio l’incisione della suddetta natività.

 

Il figliuol prodigo e

Giuseppe venduto dai fratelli

 

Ancora nell’aula capitolare i quadri del Figliuol prodigo e di Giuseppe ebreo. Il primo proviene dalla chiesa del B. Amedeo in Cittadella, fu donato il 30 dicembre 1889 dal can. Stefano Berta. Il vecchio padre sta aiutando il prodigo a svestire i logori indumenti, mentre un terzo personaggio tiene pronti per rivestirlo abiti nuovi ed eleganti. Si notano contrasti di ombre taglienti con le luci grigie e livide: nelle figure vi è una forza e grandiosità degna delle generazioni di Michelangelo. Si dichiara “probabilmente del Guercino o almeno di qualche suo allievo”.

L’altro quadro, Giuseppe ebreo venduto dai fratelli, appartiene alla collezione di famiglia del marchese Francesco Guasco di Bisio, che lo regalò il 5 giugno 1848. È un magnifico quadro storico della scuola genovese del sec. XVII: qualcuno lo attribuisce al Grechetto (1610-1665). L’episodio è diviso in due scene. A destra il giovane Giuseppe viene esaminato da un gruppo di mercanti per riscontrare in lui, come si fa per gli animali, tutti i pregi ed i vantaggi dell’acquisto; a sinistra un mercante sta contando ai fratelli i trenta denari pattuiti per il cambio. I pregi del quadro sono: signorilità di forma; limpidezza di pennellata; eleganza di composizione; accorgimento nel trattare le stoffe.

 

S. Girolamo Emiliani

 Un quadro-icona che esisteva nella chiesa di S. Siro, trovasi ora nel coretto destro della cappella della Salve in cattedrale. Esso è di ignoto autore; artisticamente buono, si può attribuire al sec. XVIII e con tutta probabilità tra il 1747 ed il 1767. Questi furono i due anni rispettivamente della beatificazione e della canonizzazione dell’Emiliani. È fuori dubbio che i Somaschi non appena avvenuta la beatificazione del loro fondatore, abbiano subito a lui dedicato un altare con la sua immagine. In questa furono espressi vari concetti. S. Pio V in abito papale è in atteggiamento di accogliere in santo abbraccio Girolamo Emiliani. Dietro questi, quasi testimoni, fanno capolino i suoi due primi seguaci: i sacerdoti bergamaschi Agostino Barili e Alessandro Besozzi. Inoltre se ricordiamo che S. Girolamo Emiliani morì nel 1538 mentre Pio V fu papa nel periodo 1566-1572, è evidente l’intenzione del pittore e dei suoi committenti di riprodurre non già una scena reale, ma bensì ricordare simbolicamente la benevolenza del S. Papa, per cui merito la congregazione Somasca entrò definitivamente tra le istituzioni approvate dalla Chiesa e, per di più, poté stabilirsi degnamente in Alessandria.

Il quadro scomparso nel 1796 durante l’invasione dei francesi, lo si rivide il 26 giugno 1846, quando il sig. Domenico Oliva di Alessandria, Capitano delle regie cacce, lo passò, rinunciando ad ogni suo diritto, alla chiesa cattedrale.

 

S. Giuseppe da Copertino e S. Veronica

 In via XXIV Maggio, innanzi all’imbocco di via Verdi, si osserva ancor oggi, tutta bucherellata dai bombardamenti e deturpata da insulsi adattamenti la facciata di una antica chiesa. Era dei Minori conventuali, che pare si stabilissero in Alessandria per volere dello stesso S. Francesco d’Assisi di passaggio nella nostra città.

Di tale chiesa esistono ancora tre opere d’arte. Una magnifica statua dell’Immacolata, del 1500, e due quadri. La prima si venera attualmente nel santuario del S. Cuore dei RR. PP. Cappuccini; i quadri invece sono rimasti in cattedrale, nell’ambulacro della porta laterale destra. Ritirati nel 1802 dal gen. Campana, prefetto di Alessandria, furono consegnati al can. Francesco De Porzelli, il quale a sua volta li collocava in cattedrale.

Rappresentano S. Giuseppe da Copertino e S. Veronica Giuliani. Il primo quadro appartiene al secolo XVII. Vi campeggia un grande crocifisso ai cui piedi stanno in commossa adorazione la Madonna e S. Giuseppe da Copertino, il grande mistico dell’ordine dei Conventuali (1603-\663). Peccato che l’annerimento dei colori renda molto difficile la visione dell’artistico gruppo.

Il secondo quadro raffigura un’altra mistica santa, Veronica Giuliani (1660-1727), che fu stigmatizzata e ricevette sul capo l’impronta della corona di spine. Questo quadro è del XVII secolo e quantunque meno bello del primo, riproduce con vero senso di religiosità l’estasi della Santa che si abbandona al Divin Redentore, mentre lo sfondo si apre ad una chiara visione del cielo.

 

Quattro tele del convento delle Carmelitane

 Della chiesa dei SS. Giuseppe e Teresa, si conservano in cattedrale quattro quadri. Due nell’atrio della porta laterale di sinistra e due nella cappella del S. Cuore. I primi rappresentano S. Teresa che venera S. Giuseppe e la visitazione della vergine a S. Elisabetta; i secondi rappresentano, a mezza figura, l’Ecce Homo e l’incredulità di S. Tommaso apostolo.

Tutti questi quadri appartengono alla scuola genovese del secolo XVII; però non si conosce il nome dell’autore e neppure si ha notizia dell’epoca in cui pervennero in cattedrale.

Esaminiamo il primo quadro. Maria SS. conduce S. Teresa di Gesù a venerare S. Giuseppe. L’episodio, suggerito dalla speciale devozione a S. Giuseppe della riformatrice del Carmelo, è inquadrato da una bella teoria di angeli; i colori sono vivaci e la tecnica risente di quell’eclettismo che caratterizzava la pittura genovese del 600. Il quadro era l’icona della chiesa delle Carmelitane Scalze.

Il secondo quadro rappresenta l’incontro tra Maria SS. e la cugina Elisabetta. La scena evangelica, che si svolge in un ambiente tipicamente medioevale, ha due testimoni: il vecchio sacerdote Zaccaria ed un’ancella. È una squisita composizione di schietto sapore raffaellesco.

L’Ecce Homo ricorda la maniera degli scolari lombardi del Leonardo. Un soldato reggendo il manto rosso a Gesù, mette in evidenza il suo corpo piagato. Il Cristo arieggia una figura cinquecentesca di Andrea Solario.

Il quarto quadro offre la scena del cenacolo, allorquando S. Tommaso viene invitato da Gesù a porre la mano nella piaga del costato. Intorno ai protagonisti, Gesù e Tommaso, vi sono altri quattro apostoli in atteggiamenti tra i curioso ed il soddisfatto. La scena luminosa e disinvolta risente l’influenza della scuola del Tiepolo.

 

Daniele nella fossa dei leoni

 Nel coretto a sinistra della cappella di S. Giuseppe vi è una grande tela che rappresenta Daniele nella fossa dei leoni, mentre riceve cibo dal profeta Abacuc trasportato a volo da un angelo (Dn 14, 31-38). Faceva parte dell’antico e grandioso sepolcro dipinto per la cattedrale di Alessandria da Bernardino Galliari d’Andorno (1707-1794).

Di questo pittore vi sono buoni quadri in parecchie chiese di Lombardia e Piemonte: lavorò anche a Berlino. La sua fama maggiore è però dovuta ai dipinti di scene e sipari di teatri. Il sipario e la decorazione del Regio di Torino era del Galliari.

 

Le epigrafi

 Purtroppo la maggior parte delle lapidi che ornavano o chiudevano i numerosi sepolcri della vecchia cattedrale, andarono perdute.

Le poche che furono recuperate, con quelle appartenenti alla nuova cattedrale del primo periodo (1810-1874) vennero collocate parte in chiesa, altre lungo il corridoio di entrata alla sacrestia. Le trascriviamo seguendo per comodità l’ordine di posizione, invece di quello cronologico.

In chiesa, nell’atrio della navata della Salve, vi sono due lapidi in marmo. Furono qui trasportate nel 1879 dalla primitiva cappella della Salve costruita su disegno di Valizzone. La prima ricorda l’incoronazione della Madonna della Salve nel 1843; la seconda fu posta con decreto del consiglio comunale di Alessandria il 30 luglio 1849, in memoria dei prodi alessandrini caduti per l’indipendenza d’Italia durante gli anni 1848-1849.

 

1.

Mariae. Perdolentis simulacro quo. A. primordio. Urbis. Alex multa. Miracula appellatione. A. salve. Late. Celebrarunt coronam. Auream decreto. Canonicorum. Vatic episcopi. Sex magnif. Apparatu. Summaq. Cerimonia imposuerunt v. kal. Jun. A. MDCCCXLIII adstitit. Venerabundus Carolus. Albertus. Rex cum. Filiis. augg Victorio. Em. et Ferdinando inter. Max. civium. Et. Externorum celebritatem.

(Il 28 maggio 1843 sei vescovi imposero con magnifico apparato e grandiose cerimonie la corona aurea decretata dai canonici vaticani al simulacro di Maria dolente, che fin dall’inizio della città di Alessandria molti miracoli resero ovunque celebre con l’appellativo della Salve. Fui presente con grande devozione il re Carlo Alberto con gli augusti figli Vittorio Emanuele e Ferdinando, tra la massima partecipazione di cittadini e forestieri.

 

2.

Ad esempio dei superstiti a perenne memoria de’ prodi alessandrini i quali negli anni 1848-1849 offrirono generosi la vita sul campo dell’onore per la italiana indipendenza. – Il municipio decreta che i loro nomi siano scolpiti in marmorea lapide collocata nel tempio maggiore.

Cervelli Luigi, capitano del 14 Regg. Fant.ria; Guasco di Bisio C.te Alessandro, Luogotenente in 1.ma nel Regg.to Aosta Cav.ria; Delorenzi Stefano, soldato dell’11.mo Regg.to Casale; Delfino Giacomo, soldato nel Corpo dei Bersaglieri; Barberis Luigi volontario nel 6° Regg.to Fant.ia.

 

Inoltrandoci nell’ambulacro che circonda l’abside, troviamo una prima lapide pure in marmo che ricorda il passaggio di Re Vittorio Emanuele I nel 1819, la sua permanenza di cinque giorni e la sua partecipazione alla processione dell’Ottava del Corpus Domini.

 

3.

REGI. VICTORIO. EMANUELI. AUG. P. P. REGIS. VICT. AMEDEI .F. QUOD. CUM. MARIA. THERESIA. FERDINANDI. ARCHIDUC. F. CONIUGE. EIUS. ET. REGIA. SOBOLE. E. GENUATIBUS. AUSPICATO. REDUX. URBEM. NOSTRAM. PRAESENTIA. SUA. DIEBUS. V. HONESTAVERIT. PATRISQUE. PIETATI. AEMULATUS DIE. A. FESTO. SACROSANCTI. CORTIBUS. ALEXANDRIAE, AQUARUM, STAT. DETONAE SUPPLICATIONEM. SOLEMNEM AD. CIVIUM. EXEMPLUM. SIT. PROSECUTUS ORDO. POPULUSQUE. ALEXANDRINUS ANNO. D. N. MDCCCIX CURANTIBUS EQ. ALOISIO. ANTONIO. ALEXANDRI. F. SAPPA PETRO. IOANNE. VINCENTJ. F. CALIGARIS DUUMVIRIS ANNUALIBUS MUNICIPJ.

All’augusto re Vittorio Emanuele figlio di re Vittorio Amedeo che desideratissimo di ritorno da Genova con Maria Teresa figlia dell’arciduca Ferdinando, sua sposa e di regia discendenza, onorò per cinque giorni di sua presenza la nostra città ed emulando la pietà dei padri nel giorno ottavo della festa del Sacratissimo Corpo di N. S. Gesù seguì i vescovi di Alessandria, Acqui, Tortona in solenne processione. I reggitori ed il popolo alessandrino per mantenerne la memoria tra i cittadini posero nell’anno 1819 per opera dei due delegati annuali del municipio, cav. Luigi Antonio figlio di Alesando Sappa e Pietro Giovanni figlio di Vincenzo Caligaris.

 

Subito dopo ammiriamo la più vecchia lapide della chiesa di S. Marco. È in ardesia grigia con iscrizione in gotico italiano: in origine si trovava contro il vecchio campanile. Datata 14 ottobre 1399, ricorda la concessione fatta alla famiglia dei Sacconi nella chiesa di S. Marco di una cappella dedicata a S. Paolo apostolo, con l’impegno per i benefici ricevuti di celebrare in detta cappella una messa quotidiana perpetua.

 

4.

MCCCLXXXXIX. DIE. XIV. OCTOBRIS. DOMINUS. FRATER. JOHANNES. DE CLOMOLINO FRATRUM. PREDICATORUM.. IN. SACRA. PAGINA. MAGISTER. UNA CUM TOTO CONVENTU. CONCESSERUNT. ET DONACIONEM FECERUNT. IACOBO. TACONO. ET. HEREDIBUS. SUIS. QUANDAM. CAPPELLAM. SITAM. IN ECCLESIAM. DICTORUM. FRATRUM. PREDICATORUM. SUB. VOCABULO. ET. TITULO. SANCTI. PAULI. APOSTOLI. IN QUA QUIDEM. CAPPELLAM. PREDICTORUM. MAGISTER. IOHANNES. TUNC. PRIOR. DICTI. CONVENTUS. UNA. CUM. OMNIBUS. FRATRIBUS DICTI. CONVENTUS QUI. AD PRESENS. SUNT. ET. QUI. PRO. TEMPORE. ERUNT. PROMIXERUNT. IN. FALABILITER. OMNI. DIE. CELEBRARE. VEL. CELEBRARI. FACERE. UNAM. MISSAM. IN PERPETUUM. PRO. ANIMA. SUPRADICTI. IACOBI ET. SUORUM. ET. HOC. PRO BENEFICIO. A DICTO. IACOBO. RECEPTO.

1399 – Il 14 ottobre il signor fra Giovanni da Tremolino dei Frati predicatori, maestro in sacra scrittura, insieme a tutto il convento stabilirono di concedere a Giacomo Sacconi e suoi eredi una cappella esistente nella chiesa dei detti Frati predicatori sotto il nome e titolo di S. Paolo apostolo. Nella stessa cappella dei predetti frati maestro Giovanni, allora priore del convento, insieme a tutti i frati presenti nello stesso convento ed in nome dei loro successori promisero senza fallo di celebrare o di far celebrare una messa in perpetuo per l’anima del suddetto Giacomo e suoi parenti e ciò per il beneficio dallo stesso Giacomo ricevuto.

 

Segue altra lapide in marmo, posta già nel vecchio duomo, in ricordo della processione della Salve dell’8 settembre 1787, alla quale intervenne S. M. il re Vittorio Amedeo III coi reali principi il duca d’Aosta, di Monferrato e del Genovese.

 

5.

VICTORIO AMEDEO III REGI AN. MDCCLXXXVII PR. KL. SEPT. PRINCIPIBUS NATU MINORIBUS FILIIS COMINATIBUS FAUSTE FELICITER REDUCI QUOD DIUTIUS QUAM CONSUESSET SUSTITIT ET SEXTO IDUS ANNUAE EX VOTO MARIANAE AUPPLICATIONI SOLEMNI COM PROLE REGIA INTERFUIT ORDO ET POPULUS ALEX. DEC. PUBL. P.

A Vittorio Amedeo III re, che il 31 agosto 1787, accompagnato dai principi suoi figlioli minori, felicemente qui giunto vi rimase più del consueto e partecipò con i suoi regali figlioli alla solenne processione mariana che per ex voto si svolge ogni anno all’8 settembre, dando particolare esempio di edificazione ai cittadini. I reggitori ed il popolo alessandrino con pubblico decreto posero.

 

Procedendo nell’ambulacro si trovano due lapidi in pietra nera con identico contenuto, ma scritte una in latino e l’altra in spagnolo. Sono ambedue rotte da un lato con la dicitura parzialmente mancante. Ricordano le erezione di una cappella in onore della Madonna e dei Santi Bonaventura e Giacinto, fatta erigere da certo Michele de Aspurz. Anche questa cappella si trovava nella chiesa di S. Marco.

 

6.

D.O.M. IN HONOREM DEIPARAE VIRGINIS MARIAE ... SANCTORUMQUE. IACINTI. ET BONUAENTU ... MICHAEL ASPRUNTIUS. ORIUNDUS A’ SANGOSSA … REGNO NAUARRAE. AEQUITU CORATIARUM MAIESTATE CATHOLICE REGIS HISPANIARUM D. … SACELLUM. HOC FUNDARI HAC CONSTRUI FECIT. SI … UXORIQ SUE ELISABEHT ANULPHE ET EORUM … DESCENDENT. AC SUCCESSORIB. PRIORE HU … CONVENTUS AC VICARIO GNALI PROUINT … ADMODUM REUE. DO P. CONRHADO IMBONAT … ANNO A NATIUITATE DNI NRI IESU XPI MDVV … S.N.S.

 

7.

…O.M. … DELA GLORIOSSA UIRGEN SANCTA MARIA. DE . … A. YDE LOS SANCTOS IACINTO Y. BONAVENTURA … DE ASPURZ. NAL. DE SANGUESSA ENEL … SU MAGESTAD DEL REJ. N. S. R. HIZO FUNDA … ZER ESTA CAPILLA PARA SI MUGUR … IA JSABEL ANULPHA J SUS DESCENDENTES … DO PRIOR DESTE CONUENTO J VICARIO … L DELA PROUINCIA EL MUI. REU.DO P. F. CONRRADO … BONATO EL ANNO DEL NASCIMENTO … ENRO SI. OR IESSU XPO MDCXXVI S.N.S.

 

A Dio Ottimo Massimo. In onore della Madre Vergine Maria e dei Santi Giacinto e Bonaventura, Michele de Aspruz, oriundo da Sangossa nel regno di Navarra, capitano dei corazzieri di sua maestà cattolica il re di Spagna, fondò e fece costruire questa cappella per sé, sua moglie Elisabetta Anulfa e i suoi successori e discendenti. Essendo priore di questo convento e vicario generale della provincia il rev.mo p. Corrado Imbonati. Nell’anno dalla nascita del Signor Nostro Gesù Cristo 1626.

 

Un’altra lapide in pietra bianca ricorda il giureconsulto Giacomo Filippo Sacco, benefattore e fondatore della cappella di S. Giuseppe nell’antico duomo. La lapide venne posta dal capitolo nel 1698 sulla facciata della suddetta cappella insieme al busto dell’insigne benefattore.

 

8.

D.O.M. ILL.MO DD IACOBO PHILIPPI SACCO PATRITIO ALEXANDRINO EXCELL.MI SENATUS. MEDIOLANI A. SFORTJS DUCIBUS AD AUSTRIZCOS REGES TRANSEUNTIS MUTATO PRINCIPE IMMUTATA AUCTORITATE PRAESIDI SER.MI FRANCISCI II SFORTAE SEPREMO DEFICIENTIS DOMINI FATO IACTATI VARIANTE FORTUNA CONSTANTI FIDE PATRONO AUGUSMI CAROLI V. CAESARIS INSUBRICUM IMPERIUM NOVIS LEGIBUS FUNDATIS ALIO IURE EADEM IUSTITIA CONSILIARIO HOC SACELLUM AN TEMPLUM D.D. IOSEPHO AC PERPETUO MAGNIFICE EXTRUENTI MUNIFICE DOTANTI DEPUTATI AD REGIMEN ANNO MDCLXXXXVIII

 

All’ill.mo D. Giacomo Filippo Sacco patrizio alessandrino, presidente dell’ecc.mo senato di Milano, immutata l’autorità mutato il principe pel passaggio dai duca Sforza ai re d’Austria; patrono del ser.mo Francesco II Sforza al quale, colpito dal supremo fato della signoria scomparsa, variando la fortuna mantenne fede costante; consigliere dell’august.mo Carlo V cesare nel fondare con altro diritto ma medesima giustizia l’impero italico con nuove leggi: a lui che costruiva con magnificenza e dotava con munificenza questo sacello o tempio in onore dei SS. Giuseppe e Perpetuo, i deputati alla custodia nell’anno 1698 posero.

 

Ancora nell’ambulacro trovasi una lapide in marmo bianco che sintetizza le principali benemerenze di S. E. mons. Giuseppe Tommaso De Rossi, vescovo di Alessandria.

 

9.

IOSEPH. THOMAS. DE ROSSI E MARCHION. CEBAE EPISCOPUS ALEXANDRINUS AUCTO. SEMINARIO AC. BIBLIOTECA. INSTRUCTO CONDITIS. SIINODICIS. LEGIBUS CANONICOR. S.M. AD. NIVES. COLLEGIO IN. URBIS. CENTRO. LOCATO NUTANTE. CAETU. VIRGIN. S. URSULAE FIRMITATE. DONATO MENTE. CAPTIS. APERTA. HOSPITALI. DONO ALIISQ. PERMULTIS. DE. SUA. ECCLESIA OPTIME. MERITUS POST. VIGILIAS. ACTAS. SUPER. GREGEM. SUUM ANNOS. FERE XXIX EFFUSO. ANTE. ET. POST. OBITUM IN. PAUPERES. AC. PIA. LOCA INTEGRO. CENSU AN. LXXVIII. PROPE. COMPLETURUS XII. KAL. IUN. MDCCLXXXVI EXTREMO. FATO. EXTINTUS HEIC. DEPONI. VOLUIT TANTO. PAESULI OPERA. SUA. CELARE. GESTIENTI PERENNI. TAMEN. MONUMENTO. DIGNA IUDICANTES. HAEREDITATIS. CURATORES P. P.

 

Giuseppe Tommaso De Rossi dei marchesi di Ceva, vescovo alessandrino, ampliato il seminario e provveduto di biblioteca, promulgate le leggi sinodali, istituita nel centro cittadino la collegiata canonicale di S. Maria della Neve, ricostruito saldamente il convento in via di deperimento delle suore di S. Orsola, aperto l’ospedale per i mentecatti, della sua chiesa benemerito per molte altre opere, dopo aver vigilato sul suo gregge per circa 29 anni, distribuito l’intero patrimonio ai poveri e alle opere pie, stando per compiere 78 anni, colpito da morte il 21 maggio 1786, volle qui essere deposto. A tanto presule che desiderava celare le sue opere, i curatori dell’eredità, che lo giudicavano degno di un perenne monumento, posero.

 

Due lapidi le troviamo nell’atrio della navata di S. Giuseppe. Una porta l’epigrafe funeraria del vescovo mons. Dionigi Andrea Pasio; la seconda ricorda la liberazione di Alessandria dal colera nel 1835 per intercessione della B. V. della Salve.

 

10.

CINERES DIONYSII. ANDREAE. PASIO DOMO. SANCTO. AEGIDIO. TAURINENSIS. DIOECESIS EPISCOPI. ALEXANDRINI. AN. XXI QUI. HOC. IN. DEIPARAE. TUTELA SIBI. REQUIETORIUM. ELEGIT UT. CUIUS. SIMULACRUM IPSE. VATICANO. VIVENS. INSIGNIVIT. DEIDEMATE EANDEM. BEATAE. RESURECTIONIS. SEQUESTRAM MORIENS. ETIAM. PROFITERETUR VIXIT. AN. P. M. LXXIII MAGNIS. KAROLO. ALBERTO. REGE MUNERIBUS. ET. HONORIBUS. FUNCTUS OBIIT. VI. KAL. DECEMBRIS A. MDCCCLIV.

 

Ceneri di Dionigi Andrea Pasio da S. Egidio in diocesi di Torino, vescovo di Alessandria per 21 anni, che scelse il suo sepolcro in questo luogo sotto la tutela della Vergine Maria, affinché egli, che vivente aveva onorato il di lei simulacro con corona vaticana, anche morendo la potesse proclamare messaggera della beata risurrezione. Visse 73 anni e mezzo. Avendo avuti grandi incarichi ed onori da Carlo Alberto, morì il 26 novembre 1854.

 

11.

DAL COLERA MORBO A STERMINIO DELLE GENTI VAGANTE PER QUAIS TUTTA ITALIA ENTRO I SOBBORGHI DI QUESTA CITTA’ PENETRATO NELL’ANNO 1835 IL POPOLO ALESSANDRINO INCOLUME PER LA VALIDISSIMA INTERCESSIONE DELLA PIA MADRE DI CRISTO SOTTO IL TITOLO DELLA SALVE CON FERVORE INVOCATA NEL PERICOLO IMMINENTE IN SEGNO DI DEVOTA FILIALE RICONOSCENZA IL GIORNO 19 NOV.BRE 1835 PER DECRETO DEI CIVICI SUOI AMMNISTRATORI VOTAVA LO ABBELLIMENTO DI QUESTA CAPPELLA E DUE LAMPADE DI ARGENTO.

 

Nel corridoio di accesso alla sacrestia vi sono altre tre iscrizioni: una, nell’arco interno del corridoio stesso, ricorda la visita di Pio VII e di Vittorio Emanuele I nel 1814 in cattedrale. La seconda, su lapide di pietra, parla dei meriti di Alessandro Cadamosti: la dicitura è quasi scomparsa in seguito a colpi di scalpello dati dai cosiddetti giacobini. La terza è su lapide di marmo e si riferisce al legato lasciato alla cattedrale da Domenico Damerio.

 

12.

PIO VII PONT. O. M. E GALLIA URBEM REPETENTE VICTORIO EMM. I REGE IN REGNUM RESTITUTO ALEXANDRIAM TRANSITU BEANTIBUS ANNO REPAR. SALUT. MDCCCXIV CANONICI AEDIS CURATORES ANDRONEM EXPOLIEBANT.

A Pio VII pontefice massimo di ritorno a Roma dalla Francia e a Vittorio Emanuele I re riammesso nel suo regno, che rallegrarono Alessandria col loro passaggio, nell’anno di salute 1814. I canonici incaricati della chiesa ne ornavano il corridoio.

 

13.

D.O.M. ALEXANDER CADAMUSTUS PATRICIUS LAUDENSIS I.V.D. IN HAC URBE PRAETURAM INTEGERRIME ET CUM MAXIMA OMNIUM CIVITATIS ORDINUM ADPROBATIONE GERENS. CUM VIRTUS EUM AD AMPLISSIMOS QUOSQUE GRADUS EVEHERET IN MEDIO MAGISTRATUS AETATIS ET HONORUM FLORE MORIENS MAXIMUS SUIS, PATRIAE ET CIVITATI ALEX. DESIDERIUM RELIQUIT. ILLI LUDOVICUS ET SCIPIO FRATRES AMANTISSIMI ET OCTAVIANUS GALARATUS I.C. EX CONLEGIO ALEXAN. VICEM EIUS VIVENTIS ET VACUO EIUS OBITU MAGISTRATU GERENS HIC LOCUM MONUMENTO ELEGERUNT. VIXIT ANN. XXX OBIIT XV OCTOB. MDLXXXIIII.

Alessandro Cadamosti, patrizio di Lodi, dottore in ambe le leggi, che esercitò in questa città la dignità podestarile con rettitudine e con l’approvazione massima di tutti i ceti cittadini, che fu pure per la sua giustizia innalzato ai più alti gradi nella magistratura, morendo nel fiore degli anni e degli onori lasciò il massimo ricordo in sua patria e nella città di Alessandria.

 

14.

D.O.M. DOMENICO DAMERIO ALEXAND. QUOD ECCLESIAE CATHEDRALI LX GENUAE ET C PEDEM. AUREOS MUNIFICE LEGAVERIT DUUM EX DEC. PRAEFECTI G.A.M.P. MDCCCXXXI.

I due prefetti (nella chiesa) con animo grato per decreto posero nel 1831 alla memoria di Domenico Damerino alessandrino, che con generosità legò alla chiesa cattedrale 60 monete d’oro di Genova e 100 di Piemonte.

 

 

OGGETTI PREZIOSI

 Nelle cattedrali di antiche tradizioni, generalmente si ha pure un reparto comunemente detto “del tesoro”, destinato a custodire oggetti preziosi per valore  o per motivi artistici e storici.

La cattedrale di Alessandria pur non avendo un locale specifico, non manca di un patrimonio veramente rilevante. Forse è per questo che non se ne ha una percezione e cognizione adeguata.

L’elenco che finora si è fatto di quadri, sculture, marmi, lampade, epigrafi … formano già un rilevante tesoro, del quale può andare orgogliosa la nostra cattedrale. Vi sono però altri oggetti dei quali mancò l’occasione di parlarne: a questi dedichiamo il presente capitolo.

 

Tra i numerosi calici d’argento dei sec. XVI, XVII e XVIII ve ne sono due che meritano speciale descrizione.

Il primo è in stile gotico italiano (alt. Cm. 31). Nella coppa divisa in quattro scomparti vi sono le figure di 4 apostoli incise a niello. Nel nodo del piedestallo si alternano per 6 volte lo stemma di Alessandria e quello di S. Pio V. Sul piede ottagono, sempre a niello, sono rappresentati gli altri 8 apostoli. Questo calice di rara bellezza e preziosità lo si usa nelle funzioni del giovedì santo.

Il secondo calice d’argento fu donato dall’imperatore Napoleone III, completo del servizio di ampolline: è in stile gotico bizantino di carattere francese. Oltre le diciture: “Donné par S. M. l’empereur Napoleon III 1859” e “Sepulchrum Christi viventis”, si ammirano sulla coppa e sul piede del calice le seguenti figure: consegna delle chiavi a S. Pietro; l’ultima cena; Gesù in croce; S. Giuseppe; S. Stefano; la Madonna Regina. Tra le figure del piede si succedono lo stemma in oro dell’imperatore, la corona di spine di Gesù intrecciata con i chiodi della passione, due flagelli della passione con canna. Anche la patena è finemente lavorata nel suo rovescio. L’ornato quadrilobato con grappoli, foglie di vite e smalti, porta nel centro la figura dell’agnello con scritta circolare: “Agnus Dei – Panis vivus”. Le due ampolle con piattello sono dello stesso stile. Nel centro del piatto vi è l’aquila imperiale tra scudetti in smalto. Le ampolle sono ornate con pietre preziose: un rubino ed un onice.

I due ostensori di proprietà della cattedrale, ambedue in argento, appartengono rispettivamente al sec. XVII e XIX. Il primo è un finissimo lavoro di cesello con pietre preziose tra gli ornati.

 

Anche tra i reliquiari vi sono oggetti di valore artistico e storico.

Già è stato detto dei reliquiari di S. Croce e della Sacra Spina.

Ricordiamo ora quelli di S. Pio V, S. Valerio, S. Francesco da Paola, S. Sebastiano, S. Baudolino.

Il primo che racchiude le reliquie di AS. Pio V, alto cm. 75, è un bellissimo barocco lavorato a cesello.

Il reliquiario contenente uno stinco di S. Valerio, risale al secolo XVI. È in argento a forma d’ostensorio ambrosiano sormontato dalla figurina del Santo (alt. cm. 73).

Il reliquiario di S. Francesco da Paola è pure del 1500 (alt. cm. 73). Proviene dall’antica chiesa omonima, ora S. Rocco. È in bronzo argentato e dorato con contorno di rose d’argento. Sul piede triangolare poggia un angelo che a sua volta sostiene la raggiera ornata di due rubini e cinque smalti. Venne donato alla città di Alessandria come ex voto e fu eseguito a Roma per cura del card. Tomaso Ghilini, allora commendatario dell’antico priorato degli umiliati di S. Giovanni del Cappuccio.

Il reliquiario di S. Sebastiano è in lamina d’argento (alt. cm. 52). Ha la forma di braccio umano ed è lavorato a cesello. Il tutto posa su di una base triangolare portante lo scudo della città di Alessandria con la dicitura: “Ex voto civitatis Alexandriae”. È del secolo XVI.

Infine il reliquiario in argento di S. Baudolino (sec. XVI). Fatto a forma di ostensorio ambrosiano, porta sul cappello superiore la statuetta di S. Baudolino con le oche (alt. cm. 69).

 

LA PACE

 Con questo nome si indicavano quei quadretti che in antico si facevano passare da un fedele all’altro dopo l’Agnus Dei della messa solenne, mentre il clero si scambiava l’abbraccio di pace. Ognuno baciava l’immagine riprodotta sul quadretto, partecipando così all’augurio formulato dal sacerdote celebrante con le parole “Pax Domini sit semper vobiscum”.

La pace conservata nell’archivio capitolare è un finissimo lavoro in argento cesellato della prima metà del 1500. È un quadretto con timpano (0,18 x 1,25). Nel primo è cesellata la deposizione di Cristo nel sepolcro; ai lati vi sono la Maddalena, S. Giovanni, le due Marie, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Nel timpano campeggia il busto del Padre Eterno con le braccia distese. Il tutto è sormontato da un fiordaliso e sorretto da due zampe di leone.

 

 

CROCI E CANDELIERI

 Tra gli oggetti preziosi vanno pure ricordati una croce processionale ed un vago crocifisso su croce di ebano. La croce processionale è in lamina d’argento tutta lavorata a sbalzo e cesello. Di scuola milanese del 1500 riporta nel retro lo stemma d’Alessandria e la figura di S. Pietro a mezzo rilievo. Sotto il crocifisso vi è un altro stemma con queste parole: “Gest. XOM desir” di difficile identificazione.

La croce in ebano con ornati d’argento e crocifisso pure d’argento appartiene al secolo XVII. In stile schiettamente genovese è arricchito sul piedestallo con pietrine orientali e con rametti di foglie e rose d’argento.

Di pregiato valore sono infine la croce ed i dodici candelieri che formano l’ornato festivo dell’altare maggiore. Risalgono al sec. XVIII: sono in lastra di rame argentato con bellissimo lavoro di cesello. Furono acquistati con l’eredità lasciata alla cattedrale dal vescovo di Alessandria mons. Alberto Mugiasca O. P. (1680-1694).

 

A questi oggetti preziosi si devono aggiungere un calice ed una pisside dono del card. Pio T. Baggiani (illustre figlio della diocesi, nato il 19 gennaio 1863 a Boscomarengo e morto a Roma il 26 febbraio 1942): dono fatto il 4 settembre 1939; sono in argento dorato finemente cesellati e ornati con lapislazzuli e perle orientali.

 

Tra i paramenti sacri della cattedrale ve ne sono non pochi veramente pregiati, sia per la ricchezza di tessuto che per antichità di fattura.

Ricordiamo n. 7 pianete verdi in broccato e damasco del sec. XVII; n. 7 su tela bianca con ricami vari, pure del ‘600.

Una pianeta non meno preziosa è in damasco violaceo.

Una pianeta bianca con stolone: essa è del 1700, tutta con ricamo d’oro, offerta alla Madonna della Salve dal vescovo mons. Colli.

Un ternario completo in tela d’argento fu donato nel 1704 dal vescovo mons. C. Ottaviano Guasco.

Vi sono poi due servizi pontificali di colore rosso, ambedue in damasco con fiorami d’oro: il primo veniva donato da mons. D’Angennes, vescovo di Alessandria, per sopperire alla deficienza causata dal periodo napoleonico. Il dono, annunziato con lettera dell11 dicembre 1827, giungeva il 23 maggio 1828.

Il secondo lo donava S. M. il re Carlo Alberto a mezzo del vescovo mons. Dionigi Pasio, in onore della Madonna della Salve.

Vi sono poi parecchi servizi completi per le maggiori solennità: quella proprio della festa del Corpus Domini fu tessuto a Milano ed è formato da n. 6 piviali, n. 4 tunicelle e n. 14 pianete, in broccato oro su fondo bianco. Questo servizio lo acquistò nel 1694, sempre con i fondi dell0’eredità di mons. Mugiasca.

Il servizio pontificale in tela d’argento con ricchi ricami in seta risale alla prima metà del 1800, procurato in occasione della incoronazione della Madonna della Salve.

Un altro parato pontificale completo venne donato dal card. Baggiani: è tutto intessuto in lamine d’argento con ricchi ricami a parato oro, foderati in seta ermesino bianco e guarnito con merletti oro fino.


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Carlenrica Spantigati

“Staziella carità sorger lo feo”: dipinti, sculture e arredi tra antica e nuova sede

Alessandria, 1988