05/09/2012
Il card. Martini e il paradosso cristiano

La bara davanti all'altare, quella dell'arcivescovo Carlo Maria Martini nel duomo di Milano, mi ha ricordato la bara di Giovanni Paolo II davanti a san Pietro: due persone così diverse (in questi giorni anche polemicamente contrapposte da certi giornalisti che amano dividere e scompigliare), ma da cui viene – nel giorno delle esequie - un messaggio comune e importante, in un tempo come il nostro, caratterizzato da difficoltà, profondi disagi e  scoramento esistenziale. Come già per Giovanni Paolo II anche qui una grande folla, in silenzio, passa per ore davanti alla bara e nel momento della Messa dentro e fuori del duomo si stringe per l'ultimo saluto. Il messaggio lo ha messo in evidenza il cardinal Scola nella sua omelia: “Tu sei ora nell'orizzonte della vita piena e noi non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro”. E' difficile oggi, davanti alla morte, parlare di resurrezione; ma questa è la certezza cristiana. Scola ha ricordato una poesia di Rilke:”Da' o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita in cui ciascuno amò, pensò e soffrì”. Poi ha citato il filosofo Adorno, che con sarcasmo ha definito il verso di Rilke “miserevole inganno con cui si cerca di nascondere il fatto che gli uomini, ormai, crepano e basta”. Ma lo stesso cardinal Martini, in uno degli ultimi incontri, ebbe a dire che “ senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. In ogni scelta impegnativa abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio...A occhi chiusi, alla cieca mettendoci in tutto nelle sue mani”.

Mentre guadavo tutta quella gente, i milleduecento sacerdoti concelebranti, le autorità finalmente vicine (forse anche “unite”, almeno per un pomeriggio!), la folla dentro e fuori dal duomo composta da credenti cristiani e non cristiani e anche da non credenti, richiamati dal fascino di una personalità che ha saputo parlare alla loro vita, mi chiedevo quanto sia grande la Chiesa e quanto oggi la sua presenza sia essenziale per conservare la speranza nel cuore del popolo. Certo è una sfida: presentarsi morti, ma annunciare la vita. E' il paradosso cristiano, è il seme della fede che fa crescere l'uomo nella sua statura veramente umana e fa crescere la società dando vigore a tutte le opere.

Anche in una mostra del Meeting di Rimini di quest'anno, dedicata alla costruzione del duomo di Milano, si poteva cogliere questa vena di energia immessa dentro la società dalla consapevolezza di una positività ultima della nostra vicenda umana. Per quattrocento anni gli uomini che costruivano il duomo sono stati edificati dalla loro opera. Si può esprimere tutto ciò con un aneddoto raccontato da un personaggio non certo sospetto di clericalismo, Pietro Nenni, leader storico del socialismo italiano, in un discorso pronunciato nel 1959 durante una seduta del Parlamento: “Due operai stanno ammucchiando mattoni lungo una strada. Passa un viandante che s'informa sulla natura del loro lavoro. Uno modestamente risponde:"Sto ammucchiando mattoni". L'altro esclama:"Innalzo una cattedrale!". Forse è di questo atteggiamento umano che sentiamo la mancanza oggi, tanto più grave in un momento di crisi economica ed ideale. Certo è con questo atteggiamento che fu costruito quel duomo in cui riposerà l'arcivescovo Martini, sotto all'altare del crocifisso di san Carlo, come aveva chiesto.

Angelo Teruzzi