16/02/2017
Sedazione terminale: il caso di Treviso

Sedazione terminale: il caso di Treviso

Il recente caso del macellaio di Treviso colpito dalla SLA e morto durante la sedazione profonda ha suscitato varie reazioni. Ne parliamo con il canonico Giuseppe Zeppegno, Ordinario di teologia morale e docente al Master di bioetica nella sezione torinese della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale

 

Professore, la sedazione profonda è una pratica lecita secondo il magistero della Chiesa?

Il caso del signor Dino, così com’è descritto dai quotidiani, è in sintonia con il Magistero della Chiesa. Già Papa Pio XII, in un discorso tenuto nel febbraio 1957 ai membri della Società Italiana di Anestesiologia, aveva sostenuto la legittimità della sedazione e della privazione della coscienza nei malati terminali, qualora non fossero individuabili altri mezzi per lenire quei dolori e disagi che renderebbero gli ultimi tratti dell’esistenza terrena troppo gravosi. Tale procedura è ammissibile, anche se ci fosse il fondato timore di accorciare la vita del paziente. In questo caso, infatti, l’intenzione non sarebbe eutanasica ma sarebbe determinata dalla positiva finalità di evitare sofferenze insopportabili. È legittima anche la sospensione delle terapie e della nutrizione, anche per via artificiale, quando sono presenti insormontabili difficoltà di assimilazione e i farmaci non arrecano più nessun beneficio. L’interruzione delle terapie troppo onerose e gravose non ha nulla a che fare con l’eutanasia. Indica unicamente la disponibilità ad arrendersi di fronte alla naturale limitatezza umana.

 

Alcuni hanno chiesto in base a questa situazione che venga al più presto promulgata una legge sul testamento biologico. Che ne pensa?

Come intendere un’eventuale legge sul “testamento biologico” anche definito “dichiarazioni anticipate” o “disposizioni anticipate di trattamento”? è prima di tutto necessario precisare che le tre espressioni sopra accennate hanno significati e pesi diversi. La prima è preferita da chi ritiene possibile gestire il “bene vita” come tutti gli altri beni avuti in proprietà. La seconda, “disposizioni anticipate” prevede il dovere dei sanitari di rispettare le indicazioni date dai pazienti sui trattamenti da fornire o non fornire, anche se tale scelta può anticipare la morte. L’espressione “dichiarazioni anticipate”, indicata dal Comitato Nazionale per la Bioetica in un parere del 2003, individua la possibilità di redigere un «documento con il quale una persona, dotata di piena capacità, esprime la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe o non desidererebbe essere sottoposta nel caso in cui, nel decorso di una malattia o a causa di traumi improvvisi, non fosse più in grado di esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso informato». È mia convinzione che quest’ultima sia la definizione più conveniente e opportuna. Tali dichiarazioni hanno il limite della mancanza di attualità, visto che nessuna persona nel pieno possesso delle facoltà mentali può prevedere quali saranno i progressi terapeutici e non può neppure immaginare con certezza cosa si desidera quando si è colpiti da una malattia incurabile. Hanno però anche il vantaggio di continuare una seppur minima interazione tra il paziente e il medico. Un’eventuale normativa che dia valore giuridico alle dichiarazioni anticipate garantirebbe il malato dal rischio di essere privato di terapie che dimostrano ancora efficacia specifica o, al contrario, di essere costretto all’accanimento realizzato da operatori sanitari che, temendo di essere accusati di non fare a sufficienza, propongono arbitrariamente terapie sproporzionate all’effettiva situazione clinica.

 

Perché la Chiesa ritiene che non sia moralmente lecita l’eutanasia, nemmeno in caso di una scelta libera ed espressa del paziente? Non è violare la libertà delle persone?

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, rispecchiando l’unanime tradizione della Chiesa, rifiuta l'eutanasia, che non solo si oppone al progetto di Dio, autore e signore della vita, ma nega la dignità della persona umana in nome di un arbitrario uso della libertà. La libertà, infatti, è un bene sommo, ma ancor di più lo è la vita. La scelta indiscriminata di perderla non è espressione di libertà, anzi è esattamente l’opposto perché la libertà si esprime solo attraverso la vita. Il diritto alla tutela della vita, pertanto, deve occupare il primo posto perché è il diritto senza il quale nessun altro diritto può sussistere. È altrettanto pericoloso affermare che il medico abbia l’obbligo di assecondare sempre e comunque la volontà del paziente. Quest’ultimo asserto indica uno strano modo di concepire il ruolo del medico che è deontologicamente chiamato a tutelare la vita, non ad annientarla. Allo stesso modo lo Stato non può arrogarsi il diritto di uccidere. È, infatti, suo compito sostenere con gli adeguati interventi chi è in difficoltà.

Fabrizio Casazza