24/02/2017
XV Congresso nazionale di pastorale giovanile

“La cura e l’attesa” è il titolo del XV convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio per la pastorale giovanile della Cei, in corso a Bologna cui partecipano oltre 700 incaricati di pastorale giovanile, da 165 diocesi italiane.  Come deve essere un “buon educatore”? Cosa gli si può e gli si deve chiedere? Sono le domande alla base dei lavori che sono stati aperti dallo psichiatra Vittorino Andreoli.

“La cura e l’attesa” è il titolo del XV convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio per la pastorale giovanile della Cei a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo della tre giorni di lavori, cui partecipano oltre 700 incaricati da oltre 150 diocesi italiane, è costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori. “Come deve essere un ‘buon’ educatore?” A questa domanda ha risposto lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha aperto il convegno con una relazione dal tema: “Quale adulto per una educazione possibile?”.

“Dopo tanti anni che si parla di educazione siamo in una condizione in cui il mondo giovanile è privo di punti di orientamento. La domanda è: educare è possibile? Ci sono alcuni requisiti fondamentali per educare, se non ci sono, allora bisogna ammettere che è impossibile. Educare vuol dire insegnare a vivere. Oggi il mondo giovanile non sa vivere. Ci sono ragazzi intelligenti – spiega lo psichiatra – che non sanno affrontare le difficoltà affettive e di fronte a una sconfitta, a una frustrazione, compiono gesti tragici, come la cronaca spesso, purtroppo, mostra.

Professore, quali sono i requisiti per rendere possibile l’educazione?
Il primo è far scoprire la vita e la sua bellezza.

Vivere vuol dire sapere che cosa è la vita, il suo senso, che cosa significa, quindi, anche morire. Il concetto di educazione si lega al significato del vivere. C’è poi un altro punto su cui riflettere…

Quale?
Decidere chi è l’educatore. L’educatore è uno che deve continuamente essere educato. Un paradosso da risolvere. Non c’è più l’educatore professionista. L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse.

In opposizione al dominio dell’egocentrismo di oggi. Questo tipo di relazione varia a seconda del ruolo. La famiglia ha un ruolo specifico: deve usare l’amore. L’amore vuol dire avere talmente tanto interesse per l’altro che non puoi fare nulla senza. Come si misura l’amore di un padre per il figlio: dal desiderio che ha di stare con lui. La famiglia è il luogo dell’amore. Poi c’è la scuola. L’insegnante deve sentire interesse, sentirsi parte della crescita del ragazzo e provare gratificazione nel vedere che sta imparando a vivere. Deve avere il gusto dei giovani del tempo presente e avere il gusto che i giovani possano – ecco il paradosso – insegnare. La definizione che di solito si dà oggi dell’adolescente è quella di “un problema, costoso”. Invece è una risorsa per la mia vita. Un padre deve aver bisogno del proprio figlio. E così per l’insegnante che con lo studente si relaziona perché gli trasmette con competenza ciò che sa e ciò che gli serve per vivere.

Se la famiglia è il luogo dell’amore, la scuola quello dell’interesse, la Chiesa, con le sue parrocchie, movimenti, oratori cosa deve essere in ambito educativo?

La Chiesa ha una funzione fondamentale: aiutare a interpretare la vita. Il problema oggi non è più tra chi crede e chi non crede, ma tra chi si pone il problema del significato della vita e chi no. Come è possibile spiegare la vita senza affrontarne il senso?

La visione che presenta la Chiesa deve avere due dimensioni. La prima è scoprire il sacro. La sacralità è qualcosa che abbiamo tutti dentro perché si lega al mistero, alla morte, al dolore. La seconda è quella del religioso, che è la risposta al bisogno del sacro. Guardiamo a Gesù di Nazareth e al suo esempio. Il suo comportamento era coerente con il Padre e con la visione del cielo. Papa Francesco parla di Chiesa in uscita, di prossimità, di intessere reti e relazioni, di costruire ponti. Il Pontefice è un buon imitatore di Gesù.

Come i giovani anche gli adulti sono in crisi, non in grado di educare, di insegnare a vivere. Siamo in un vicolo cieco da cui è difficile uscire…

La crisi è un contenuto dell’educazione. Gli adulti sono da educare. Per educare, allora, bisogna essere fuori dalla crisi? Nemmeno per sogno. Non pretendiamo adulti senza crisi ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere principi fondamentali che sono quelli della vita su questa terra.

Non si può pensare di avere oggi una generazione di adulti solida come quelle del passato. Un uomo che è in crisi, sbaglia, ma anche l’errore può servire. È la concezione del peccato: un uomo che ha peccato non è da buttare via perché il Signore lo va a cercare. La crisi non è incompatibile con l’educare. La via di uscita è l’umanesimo della fragilità.

Vale a dire?
La fragilità è la caratteristica della condizione umana di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte.

Non siamo deboli ma fragili e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere.

Ecco l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto. L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo. La Chiesa insegni la vita secondo la visione di quel Gesù di Nazareth che è di grandissima attualità”.

Un buon educatore, dunque, deve essere fragile?
Un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione.