Omelia Pellegrinaggio alla Salve Zona Alessandria periferia

Pellegrinaggio alla Salve Alessandria periferia
At 9, 1-20; Gv 6, 52-59
Carissimi
Siamo qui per venerare la nostra Madonna della Salve.
Noi la chiamiamo in questo modo anche se, tecnicamente, è nella categoria della raffigurazione che si chiama Madonna dello spasmo. Dico questo perché, solitamente, cerchiamo sempre di prendere le cose più belle, ma non dobbiamo dimenticare la realtà; essa è raffigurata in un momento di dolore perché è testimone del fatto che suo figlio, di cui lei ha la certezza che sia il Figlio di Dio, è stato ucciso. Si possono avere dei dubbi sul concepimento verginale di Gesù, ma Maria non poteva averne; lei ha la certezza che sia il figlio di Dio. E sapendo che Gesù ha predicato cose bellissime e che lo ha fatto con autorità e “non come gli scribi e i farisei” – non con autoritarismo, ma con quella autorità che viene dalla conoscenza profonda e dal vivere quello che si predica – lei che è testimone del fatto che Gesù ha compiuto tantissimi miracoli, guarigioni di ogni genere fino alle risurrezioni, ora lo vede condannato a morte per tortura, ucciso inchiodato ad una croce senza nessuna plausibile ragione. La Madonna della Salve ci insegna come in quella situazione così drammatica e che vive con grande fede, sia non il momento della sconfitta del disegno di Dio ma il momento della salvezza; non impazzire in quella situazione di madre così terribile e così estrema, richiede fede. D’altronde il modo di fare e di agire di Dio è piuttosto strano: decide cosa che non faremmo mai. Noi escogiteremmo qualcosa di intelligente per evangelizzare i pagani, mentre Dio, con una scelta folle, decide di evangelizzare i pagani prendendo uno dei più feroci persecutori dei cristiani. Ieri nella prima lettura avevamo ascoltato il racconto della conversione dell’eunuco, il funzionario della regina Candace che la tradizione ci dice sia stato lui ad evangelizzare per primo l’Etiopia; questi era stato battezzato sulla strada del ritorno dopo un breve insegnamento, ed ha evangelizzato. Noi non avremmo certamente scelto un simile personaggio per evangelizzare l’Etiopia. Anche il compito di evangelizzare i pagani è affidato ad uno dei più feroci persecutori dei cristiani; nell’esercizio delle sue funzioni di persecutore, Paolo stava andando a Damasco per cercare coloro che professavano la fede nel Signore Gesù e portarli in catene a Gerusalemme; e lì, sulla strada, il Signore lo prende. Certamente è vero che Paolo sia del Signore, ma è anche vero che il Signore fa le cose in un modo che non ci aspetteremmo. Paolo è un persecutore, vede il Signore, e si ritrova cieco. Solitamente noi abbiamo questa idea di Dio: il cieco che incontra Dio torna a vedere, non che uno che vede, incontra Dio e poi diventa cieco. Strano se non fosse che Dio vuol darci una lezione su quello che è il cuore e su dove sta la potenza della guarigione. Il cuore dell’uomo non è immediatamente visibile, il cuore di Paolo era cieco, era accecato dal pregiudizio e dall’ira e non riusciva a vedere. Quando Paolo incontra Dio questa sua cecità si manifesta a livello fisico. Lo conducono sotto braccio fino a Damasco e rimane tre giorni cieco. Come avviene la guarigione? Avviene in un modo che mi colpisce molto: attraverso un uomo, Anania. Il Signore appare ad Anania in visione probabilmente mentre questi stava pregando, e gli dice. “Anania”, “Eccomi Signore”. E il Signore a lui: “Su, vai nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo di Tarso. Ecco sta pregando”. Quando ha sentito il nome di Saulo di Tarso ad Anania si sono drizzate subito le antenne perché sapeva bene chi fosse. Il Signore gli stava chiedendo una cosa pesante. E il Signore continua dicendo: “Ecco, sta pregando e ha visto in visione un uomo di nome Anania venire ad imporgli le mani perché recuperasse la vista”. Anania, con umiltà e modestia, come sappiamo fare noi, spiega al Signore come stanno le cose, perché evidentemente il Signore non le conosce. Noi dobbiamo sempre spiegare le cose a Dio perché chissà che cosa farebbe senza di noi! Quante volte lo facciamo mentre nella preghiera Gesù ci ha suggerito di dire: “Sia fatta la tua volontà”. Ma la nostra mania è quella di spiegare a Dio che cosa deve fare, e quando preghiamo abbiamo questo istinto e diciamo: “Signore fa’ come dico io!”. E questo nella consapevolezza che la soluzione migliore sia la nostra. E Anania spiega al Signore: “Riguardo a quest’uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”. Quest’uomo ha paura, e vi ricordo che nel Vangelo sempre la fede è il contrario della paura. Anania ha paura, non ha fede. Guarda le cose in modo umano; lo capiamo, forse anch’io avrei spiegato a Dio queste stesse cose. Il Signore gli dice: “Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”. Dio usa questa tecnica: chiede ad Anania che vada ad imporre le mani su Paolo, e sa che Anania è un pavido. Questo è lo stile id Dio: sceglie delle persone che noi non sceglieremmo mai, e lo fa in un modo particolare. Chiede ad Anania, questo servo di Dio pauroso, ma pur sempre un cristiano, che imponga le mani su Paolo che riacquista immediatamente la vista. Paolo riceve la vista attraverso questa persona che aveva paura di lui, questo è il gioco di Dio. Questo per dire che il nostro modo di vedere la realtà spesso è in contrasto con il modo di vedere di Dio. E la vera fatica della vita cristiana non è tanto il seguire una serie di comportamenti prestabiliti, di comandamenti o quant’altro, ma stare al gioco di Dio. Guardare la realtà con lo sguardo di Dio, uno sguardo diverso dal nostro, uno sguardo fecondo che riesce a portare il bene in ogni situazione anche le più malate, negative, doloranti; anche nelle sofferenze più grandi come quelle della Madonna. Questo è lo stile di Dio, uno stile di fede che poi ci fa vivere secondo i comandamenti, ma non è il punto primo, ma quello di arrivo, il segno di un vissuto interiore: e noi dobbiamo stare al gioco di Dio, lasciare che sia lui a condurre la danza della nostra vita. Carissimi fratelli e sorelle, questo è il punto della vita cristiana; immagino che a qualcuno di voi sia arrivata la Voce dove un articolo ha un titolo un po’ shoccante, ma che è in questa linea: “Vi do una bella notizia: chiudiamo il seminario”. Non dobbiamo leggere questo titolo nel senso che siamo contenti di chiudere il seminario, ma che siamo convinti che di fronte a questo evento, si apre alla nostra Chiesa una strada nuova che noi abbiamo il dovere di cogliere. Dobbiamo stare al gioco di Dio e anche se le situazioni ci portano in una direzione che magari viviamo con depressione, non pensando a dove siamo arrivati, sappiamo che il Signore sta operando con la sua grazia in mezzo a noi, oggi, in un modo che non ci aspettiamo. Dobbiamo decidere se vogliamo stare al gioco di Dio e lasciare che sia lui a condurre la danza e credere che stia facendo qualcosa di bello e di grande. Questa fede è faticosa, ma feconda perché porta pace, guarigione, gioia, serenità. Tocca a noi scegliere, tocca a noi decidere. Finisco con una frase di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”. È quello che viviamo adesso in questa celebrazione. Lo stile di Gesù è quello di entrare nella nostra vita e farci entrare nel mistero della sua. Quando noi viviamo questa comunione profonda con Gesù, che non è semplicemente il dire una preghiera o prendere l’eucaristia in bocca perché così è più vicina al cuore, ma lasciare che il mistero di Dio intrida la nostra anima e perderci nel mistero del Signore Gesù: rimanere in lui. Se noi viviamo così vivremo bene, ma fare questo non è una azione personale, ma richiede una vita comunitaria, richiede che ci parliamo, richiede che insieme ci chiediamo che cosa vuol dire: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui?”. Così hanno fatto i nostri fratelli cristiani prima di noi, così hanno fatto percorrendo una strada seria di vita cristiana: tutti se lo sono chiesto e si sono interrogati e si sono aiutati nel dare delle risposte; in questo modo agiscono le persone che hanno uno scopo da raggiungere e chiedono aiuto. Adesso c’è Google maps, ma un tempo si doveva chiedere molte volte le indicazioni stradali alla gente. Ricordo mio padre, uno che amava raggiungere le mete fidandosi solo del suo senso di orientamento, in un viaggio a Marsilia; dopo tre giri della città aveva acconsentito, su insistenza di mia madre, a chiedere le indicazioni necessarie per raggiungere la meta. Ecco cari fratelli e sorelle, non girate per Alessandria a vuoto senza trovare la soluzione al mistero di Dio; chiede la strada ai vostri compagni di strada, qualcuno che vi può aiutare lo troverete. La Vergine Maria interceda per noi in questa celebrazione e ci aiuti a fare della nostra vita un capolavoro secondo la volontà di Dio.
Sia lodato Gesù Cristo.