Pontificale Giorno di Natale

Giorno di Natale
Is 62, 11-12; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20
Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo ascoltato queste parole mirabili con le quali San Giovanni inizia il suo Vangelo. Inizia in questo modo strano: “In principio era il verbo”; lo fa per riecheggiare l’inizio della bibbia: “In principio Dio creò il cielo e la terra” e per dire che al principio di tutto, all’inizio della storia, del senso delle cose e della vita dell’uomo ci sta il Verbo di Dio. S. Agostino usa delle triadi per descrivere la Trinità: una è mens, notitia, amor, la mente, la notizia, l’amore. Notizia intesa nel senso della parola; sia la parola che l’amore, dunque, procedono dalla mente dell’uomo, dalla sua parte più profonda. Allora quando diciamo “il Verbo” intendiamo dire la parola di Dio, “logos” in greco, la seconda persona della Trinità che era in principio presso Dio, si è fatta carne. San Giovanni nella prima lettera dice che noi abbiamo “toccato il verbo di Dio”. Impressionante: “abbiamo toccato” la parola. Usa “toccare la parola” per dire la concretezza della parola di Dio. Dio disse: “Sia la luce, e la luce fu”. Quello che Dio dice si realizza. Riflettevo in questi giorni su questo: in questo mondo, quanto è facile che la gente contravvenga alla parola data. Quanto più la contravveniamo, tanto meno siamo divini; quanto più la contravveniamo, tanto più ci allontaniamo da Dio. La parola deve diventare carne, vita. Questo è il nostro destino, questa è la nostra chiamata: riuscire a vivere la parola di Dio nella nostra vita. Questa è la crisi di noi cristiani, carissimi fratelli e sorelle; forse non ci sentiamo più di mantenere questa parola. Non intendo nel senso morale della questione: mantenere la parola data; ma mantenerla presente, viva, incarnata nel mondo oggi. Non basta parlare di Dio, non basta dire che è vera la sua parola, che è vero il suo messaggio, che è vero il Vangelo, che è vera la Bibbia; non basta questo per mantenere viva la parola di Dio dobbiamo viverla; va vissuta. Forse non ce la sentiamo, forse a volte abbiamo un po’ paura, forse ci sembra un po’ troppo alta, troppo difficile; certo questo discorso dell’amore di Gesù ci sembra distante e impossibile amare in questo modo, eppure, carissimi fratelli e sorelle, questa parola non è lontana, non è “lassù in cielo” come dice il Deuteronomio, in modo che nessuno potrà prenderla e portarla a me, ma è nei nostri cuori: “Scriverò la legge nel loro cuore” diceva un profezia; “la mia legge scriverò nei loro cuori”. La parola di Dio viene scritta nel nostro cuore, e tutte le volte che noi riceviamo l’eucaristia riscriviamo nel nostro cuore la parola dell’amore di Dio. Dio ci ama e non si è stancato. Grazie Signore. Sei l’unico che tira avanti imperterrito ad amarci anche quando non lo meriteremmo. Non scoraggiarti: grazie Signore. Grazie Signore perché ci ami, grazie perché la tua parola viene a noi continuamente e chiede di essere amata, accolta, vissuta nella nostra vita. Cari fratelli e sorelle mi raccomando, ecco un consiglio da Vescovo in cui impegno tutto il mio ministero, non cercate di vivere la parola di Dio da un punto di vista morale, perché noi abbiamo questo vizio, il primo punto per noi, infatti, è la morale, ma questa è roba da “bacchettoni”. Anche i nostri mass media che non sono in grado di accettare una verità perché tutto è relativo, sono i più bacchettoni dei bacchettoni che esistono oggi, ma non è questo il Vangelo. Il Vangelo è accogliere la parola di Dio che è parola di verità ed è prima di tutto accogliere mediante la fede che Gesù è il nostro Signore. Questo è il punto: io voglio che Gesù sia il Signore della mia vita? E questo lo faccio con una comunità, perché da solo sono perduto, non ce la posso fare. Diversamente diventa un’opera morale e le opere morali sono faticose e sterili e, prima o poi, ci piantiamo. È per questo che è venuto Gesù, perché è il salvatore. Se io non mi piantassi inesorabilmente, se non andassi a trovare una sconfitta inesorabile e inevitabile nelle mie auto campagne morali, non avrei bisogno di un salvatore. Gesù non è venuto a salvarmi da questo mio moralismo, dal mio essere bacchettone, ma perché in lui trovo la vera salvezza, la vera morale che non consiste nel fare le cose, ma nel lasciare che lui viva in me. Esempio: non uccido o non rubo, ma amo e, se amo, automaticamente non ucciderò e non ruberò. Quante volte, adesso mi capita di confessare molto poco, ma da parroco, sotto natale mi dicevano: “Reverendo, non uccido e non rubo, sono un buon cristiano”. Essere un buon cristiano non vuol dire non uccidere e non rubare, questa è roba da bacchettoni; essere cristiani vuol dire amare. Ami, ami gli altri, li ami gratuitamente a prescindere da come loro ti trattano e da come loro ti amano? Questo è essere cristiani. La risposta alla domanda sarà praticamente sempre un “no”, ma è a questo punto che ci viene in soccorso Gesù, il Salvatore; ecco il mistero di questo Verbo che si fa carne, per portarci la luce, per darci la vita vera, per farci vivere in modo gioioso, perché possiamo essere veramente figli. “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Ecco cari fratelli e sorelle, tocca a noi fare questo passaggio da schiavi a figli, da schiavi della morale e figli di Dio, da schiavi della legge a figli di Dio. Ricordiamoci che in paradiso non si va non facendo il male; a quelli che hanno fatto del bene ai suoi piccoli, il Signore ha detto: “Venite benedetti del Padre mio, entrate nel regno preparato per voi fin dall’eternità”. Ma a quelli che ha mandato via dicendo: “Maledetti, lontano da me voi nel fuoco eterno” non erano quelli che avevano fatto atti criminali; non ha detto: “Vai nel fuoco eterno perché hai ucciso, mi hai incontrato per strada e mi hai derubato e mi hai ammazzato”; ma: “Vai nel fuoco eterno perché non mi hai amato, hai omesso di amare”. Il Vangelo non è una questione morale, è su un altro piano che poi comporterà anche una morale, ma come riflesso; il cuore è accogliere Gesù come mio salvatore dentro una comunità. Questo è l’augurio che faccio a tutti voi carissimi fratelli e sorelle, voglio dirvi che il vostro Vescovo vi ama, o meglio vi dico come Pietro che quando Gesù gli chiede: “Mi ami” gli risponde, “Certo Signore ti voglio bene” anch’io vi dico che vi voglio bene perché sono un poveretto. Sapete che nel mio stemma, esposto sulla porta della cattedrale, ci ho messo il galletto con la lacrima di Pietro, perché anche Pietro aveva fatto fatica ad amare. Vi voglio bene, carissimi fratelli e sorelle, con quel poco che so, come so, ma vi voglio bene e voglio dirvi che il Signore vi ama di un amore infinito. Lasciatevi amare, vivete una vita di amore perché non c’è niente di più bello. La Vergine Maria, nostra Signora della Salve che veneriamo qui con grande amore, interceda per noi perché sappiamo vivere la bellezza e la dolcezza dell’amore del Natale nelle nostre vite.
Sia lodato Gesù Cristo.